mercoledì 21 Agosto 2019 - 12:26

Suspiria – Recensione

Dopo il grande successo di “Chiamami col tuo nome”, Luca Guadagnino si cimenta nella ri-trasposizione cinematografica del Suspiria di Dario Argento del 1977, primo film della sua trilogia sulle Tre Madri. Definito dallo stesso regista più un omaggio che un remake, è difatti difficilmente connotabile nei classici ranghi cinematografici di remake/reboot/sequel. Non è considerabile come remake perché non è un banale rifacimento. Sarebbe più corretto considerarlo, prendendo in prestito il termine dal lessico musicale, una cover. Ovvero una reinterpretazione personale di una vecchia traccia eseguita secondo la propria sensibilità artistica. Poche, infatti, sono le citazioni al precedente film, nessun effetto nostalgico e soprattutto c’è una chiara volontà di aggiungere contenuti che possano dare nuovi spunti al tema delle Tre Madri senza deturpare o denigrare i valori e la memoria dell’originale.

 

La fiaba gotica di Argento, con i suoi colori vivi simil cartooneschi e l’incalzante colonna sonora dei Goblin, si tramuta in un claustrofobico documento storico dall’atmosfera ovattata e depressa. Le paure ancestrali ed istintive del primo film diventano di natura sociale e psicologica. La precedente estetica narrativa precorritrice e tipica dell’horror moderno, dove il racconto lineare si sospende negli attimi orrorifici sino al climax finale risolutore, si arricchisce di simbolismi, temi, trame, riferimenti storici e tramutazioni di genere, a tal punto da diventare una veste barocco-eclettica in cui avvolgere la storia, di per sé, abbastanza essenziale.

Guadagnino crea un horror atipico. Gioca con l’angoscia dello spettatore e sulle sensazioni piuttosto che con le emozioni. Niente jumpscare moderni ma una frustrante e continuativa sensazione di disagio che ricorda moltissimo la percezione nauseante del film The Lobster del regista greco Lanthimos.

Mentre Argento scelse di dare una logica atemporale alla storia, nonostante descrivesse comunque il presente, il regista siciliano ha deciso di trasportarla, in una sorta di tributo, esattamente nell’anno d’uscita del suo predecessore e non a Friburgo (dove in teoria si locavano le streghe) ma in una decadente Berlino ancora divisa dal muro, sotto l’influenza sovietica da una parte e statunitense dall’altra. Sovietica come Olga, ballerina che la protagonista di origine americane Susie andrà a sostituire come prima interprete del Volk. Susie, interpretata da una sorprendente Dakota Johnson, ripudiata dalla madre, si trasferisce a Berlino per far parte della prestigiosa compagnia di ballo amministrata da Helena Markos, da poco orfana di una delle allieve. Il film si apre infatti con quest’ultima che svela ad uno psichiatra tedesco che la scuola altro non è che un covo di streghe.

Il gioco delle divisioni/opposti si ribadisce all’interno della scuola che, come Berlino, è divisa tra le fazioni Markos e Blanc e nelle dicotomie di potere storiche ed umane. Il ruolo della donna, madre/figlia, vittima/carnefice, è assolutamente centrale nel film tanto da non esserci nemmeno un attore uomo principale (dato che anche lo psichiatra è in realtà sempre interpretato da una magistrale Tilda Swinton). L’armonia distruttiva della danza, sinuosa ma potente come carrarmati tedeschi, viene mostrata da Guadagnino con una sensualità coreografica tanto attraente quanto simbiotica col potere del male.

Il tema della stregoneria non si limita infatti all’esoterismo spicciolo, assimilabile ad un inconsueto club di cucito in cui si producono riti come passatempo, ma si pone obbiettivi rilevanti, intervenendo direttamente sulla storia della civiltà mondiale, accumulando ricchezze e poteri e seminando morte al loro passaggio. Il regista inserisce, infatti, un legame tra la scuola di danza ed il Terzo Reich, in cui si ripropone un nuovo contrasto tra i morti ed i sopravvissuti alla guerra e dove quest’ultimi sono rimasti incatenati ad un senso di colpa che li imprigiona nello spirito e di cui si nutrono le incantatrici del male.

In conclusione, il Suspiria di Guadagnino si può considerare un piccolo gioiello cinematografico che dimostra che si può riportare in auge opere d’arte amate dal pubblico senza obbligatoriamente sfruttarne la scia del successo ed aggiungendo contributi che portino una nuova esperienza allo spettatore. Un film, per certi aspetti, pretenzioso che rievoca l’intellettualismo di Lars Von Trier tramite rimandi e citazioni visivo-oniriche complesse e che comporta perciò una non facile comprensione ed un eccesso di pesantezza, ma che merita di essere assaporato per la qualità artistica degli aspetti tecnici, la profondità degli interpreti e per il pensiero anticonvenzionale ed anticommerciale con il quale è stato realizzato.

 

Alessandro Alberghina

About The Author

Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close