mercoledì 20 marzo 2019 - 00:18

Seventh Son Of A Seventh Son – Iron Maiden – Recensione

seventh

 

Complice il fatto che questa settimana Rock Dj ha fatto una pausa (torneremo puntuali Martedì 26 Aprile con ospiti in studio i “Mitici Gorgi”), torno dopo un po’ di tempo a parlarvi di un album che usciva in questi giorni 28 anni fa.

Era infatti l’11 Aprile del 1988 quando gli Iron Maiden pubblicarono il loro settimo album in studio, ovvero “Seventh Son Of A Seventh Son”.

Un album che ebbe anche un bel successo a livello di vendite (in quegli anni i dischi si vendevano davvero), arrivando al primo posto in Inghilterra e 12esimo negli Usa, ultimo album dei Maiden a diventare disco di platino in quella nazione.

La formazione dei Maiden per questo disco era composta da Bruce Dickinson alla voce, Adrian Smith e Dave Murray alla chitarra (Smith lascio poi il gruppo alla fine del tour per rientrare nel 2000 per l’album”Brave new world”), Steve Harris al basso e Nicko MacBrain alla batteria.

“Seventh Son” è un concept album (un disco in cui tutte le canzoni ruotano attorno ad un unico tema o sviluppano complessivamente una storia), incentrato sui poteri mistici, visioni profetiche, rincarnazioni e aldilà.

A livello di sonorità questo disco dei Maiden si avvicinava in alcune sue parti al rock progressivo, in molti brani poi vengono impiegate le tastiere e in generale dominano le guitar synth (già introdotte nel precedente album “Somewhere In Time”).

Questi elementi divisero molto i fan, infatti una parte di loro vide in questo disco un certo allontanamento della band dallo spirito heavy metal, per altri invece è ritenuto l’ultimo vero album capolavoro dei Maiden.

Personalmente ritengo questo album un grandissimo lavoro, oltre ad esserne particolarmente legato perché è il disco che me li ha fatti conoscere e da lì seguire fino ai giorni nostri.

Parlando dei brani che compongono “Seventh Son”, si può riscontrare una certa varietà, abbiamo  le cavalcate in stile Maiden (“Moonchild”, “The Evil That Men Do”, “The Clayrvoiant”), i.mid-tempo (“Infinite Dreams”, “The Prophecy”, “Only The Good Die Young”), il singolo “orecchiabile” ma sempre di livello alto (“Can I Play With Madness”) e l’epica title track di 9 minuti con tanti cambi di atmosfere al suo interno.

Il disco si apre e si chiude con un monologo di Bruce Dickinson, accompagnato da una chitarra acustica, che da perfetto menestrello demoniaco recita il testo e introduce e chiude questo autentico capolavoro.

Mirco Chiaramonti 

About The Author

Mirco Chiaramonti

Mirco è speaker e fondatore della trasmissione in onda tutti i martedi dalle 21,10 circa alle 23 sulle frequenze di Radio Mugello e in streaming su www.radiomugello.it . Interamente dedicato alla musica rock, il programma è condotto in studio da Ilkiaradj, Djssio... la redazione, invece, è curata da Carlos.

Related posts

1 Comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close