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Kingsman – Recensione

COPERTINA

La pellicola è l’adattamento della miniserie a fumetti The Secret Service, realizzata per l’etichetta Millarworld tra il 2012 e il 2013 da Mark Millar insieme al regista Matthew Vaughn, disegnata da Dave Gibbons. È il quarto lungometraggio tratto dai fumetti Millarworld, dopo Wanted, Kick-Ass e Kick-Ass 2.

L’agente Lancillotto perde la vita durante una missione di guerra e il suo capo, Galahad, non si perdona e offre al figlio piccolo del compagno scomparso una medaglia e un numero di telefono. Diciassette anni dopo quel bambino è un ragazzo, Eggsy, che si è messo nei guai con dei delinquenti del quartiere. Comporrà quel numero di telefono e si ritroverà davanti Galahad in persona, alias Harry Hart, pronto ad offrirgli l’occasione di una nuova vita. Una vita da spia. Una vita da Kingsman.

È evidente la mano di un regista che cerca, continuamente, l’estremo. Se nella minisaga Kick-Ass si estenuava la violenza ed il tanto di moda genere cinematografico dei supereroi, qui un’altra categoria è presa di mira: lo spy movie. Sugli aspetti citazionistici del film, velocemente: quasi ogni scena si ispira a pellicole già viste. Mi ha colpito la rivisitazione in chiave moderna di quasi tutti gli aspetti del più classico spy movie. Dal cattivo megalomane passando per il suo inseparabile e letale braccio destro al protagonista. Chi mai dimenticherà Squalo, tirapiedi di Karl Stromberg in La spia che mi amava (1978), con quella mascella inferiore interamente in acciaio che lo rendeva un avversario invincibile quanto bizzarro? Qui troviamo una bellissima Sofia Boutella in versione Pistorius con affilatissime lame al posto delle parti inferiori delle gambe. Samuel L. Jackson è un villian con stile street chic che non sopporta la vista di atti di violenza e con la dizione della “s” decisamente sibilante. Infine abbiamo le spie vestite stralusso e il fare da veri gentleman inglesi. Insomma per Vaughn spy movie è sinonimo di abito e se l’abito fa il monaco in Kingsman ancor di più: ogni personaggio è ben identificabile grazie a come veste.

Ma se in Kickass tutto ciò funzionava in modo a dir poco stupefacente, in Kingsman tutto viene a perdersi già da subito. Il film naviga tra il serio, l’ironico ed il grottesco in modi geniali, ma poco legati tra loro. Kingsman è come un ottovolante cinematografico che prima ti tiene in tensione e con il fiato sospeso e poi invece del colpo di grazia ti lascia comodamente seduto sulla poltrona del cinema. L’adrenalina non sale mai davvero. Avete presente quella colorita espressione che recita “T’hai fatto un fiore e c’hai … sopra“ ecco, più o meno ogni 15 minuti di proiezione è questo che vi verrà in mente. Il tutto condito da qualche brutta caduta di stile che magari strappa un sorriso, ma amaro. Vaughn, purtroppo, non lo si riconosce neanche nelle scene d’azione, dove è evidente un montaggio faticoso e straziante intorno ai movimenti di un Colin Firth abituato a lavorare in situazoni decisamente diverse. Ci sta che il film sia la perfetta materializzazione di come il regista lo voleva: un gioco libero da censure, tagli o quant’altro venga deciso dalle major. Certo è che se “I modi definiscono l’uomo” la risposta stavolta è “no”, decisamente. Un film per tutti che in pochi apprezzeranno davvero, un blockbuster sopra le righe, un “di tutto un po’” del genere spie che salvano il mondo. Due ore passate con leggerezza. Niente di più. Peccato.

Andrea Vannini

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Andrea Vannini

Autore della rubrica Recensioni..in so many words per Breakoff.it // organizzatore di eventi // il cinema la sua più grande passione // pessimista galoppante // nel tempo libero alterna MMA, Brazilian Jujitsu e dormite

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