giovedì 23 Maggio 2019 - 20:27

Chappie – Recensione

CHAPPIE

Chappie, tristemente portato in Italia con il titolo Humandroid, è il terzo lungometraggio del  Sudafricano Neil Blomkamp, dopo District 9 ed Elysium.

Il regista e co-sceneggiatore torna in patria ambientando il suo sci-fi a Johannesburg. Qui la polizia locale ha deciso di adottare degli androidi autosufficienti per la sicurezza della città. Uno di questi, il n° 22, sarà vittima di un esperimento da parte del suo creatore che gli darà una coscienza. Vittima poiché Chappie, così chiamato dalla manica di delinquenti allo sbaraglio che lo “adotterà”, è destinato a morire in cinque giorni a causa di un difetto alla sua batteria che non può essere sostituita.

Blomkamp ha abituato il suo pubblico a film “importanti”, con una direzione impeccabile e con uno stile che fonde tutte le innovazioni del linguaggio cinematografico degli ultimi 20 anni senza mai diventare pesante. Film caratterizzati da un impatto grafico tipico dei blockbuster hollywoodiani e, più importante di tutti, temi sociali, morali, etici trattati da svariati punti di vista e capaci di mantenere un impressionante forza comunicativa. Humandroid ha tutto questo ma è meno trasparente del passato e palesemente influenzato da temi e happy ending tipici dei prodotti di largo consumo.

Nelle due ore secche di proiezione ci si trova ad affrontare i grandi quesiti che da sempre affannano l’uomo ed ai quali mai nessuno, forse, troverà risposta. Il più forte è il rapporto uomo-dio o in questo caso creatore-macchina. Le domande “Dio, perché mi hai creato? Perché vivo? Perché Sono destinato a soffrire e morire?” sono rese ancora più forti dal fatto che vengano poste da un essere non organico ma pensante.

Come nei precedenti film di Blomkamp anche qui viene trattato il tema del diverso, ed è forte la denuncia che il regista fa contro il razzismo inteso come mal sopportazione di chiunque non sia come noi. Chappie è solo: non è umano, non è come gli altri robot e per questo fa paura a tutti. Ciò viene supportato da una sceneggiatura lineare e senza grandi colpi di scena. L’impressionante comparto grafico dove l’androide è parte integrante di ogni sequenza è realizzato in modo a dir poco perfetto. La caratterizzazione Punk dei coprotagonisti è forte, l’impatto estetico anni ‘80 è da cazzotto in un occhio ma, per quanto ben fatto, alla fine dei conti poco si addice a una Johannesburg sporca, povera e ridotta in pezzi come l’intero Sud Africa dei nostri giorni.

Il peggio, come accennato, arriva per colpa di un happy ending che non ci sta, che smorza i temi alla “tranquilli andrà tutto bene” quando in realtà non c’è niente da salvare. È tutto marcio: la società, un ingegnere irrispettoso della sua creazione, un poliziotto cristiano praticante che si eleva a Dio e macella esseri umani protetto da uno schermo come in un videogioco. Chappie è androide ridotto ad essere umano a causa di una coscienza che gli farà conoscere la miseria della vita sulla terra, ma che lo porterà a commettere gli stessi sbagli che l’uomo fa da quando esiste.

Anche se meno personale e forte delle precedenti opere di Blomkamp, Humandroid è un gran film, carico di emozione e riflessione, che arriva al punto giusto della storia dell’umanità. Il finale del film più che essere lieto è forse un ammonimento: se l’uomo perderà la consapevolezza della sua fragilità e della sua temporaneità nel mondo, allora niente avrà più senso.

Andrea Vannini

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Andrea Vannini

Autore della rubrica Recensioni..in so many words per Breakoff.it // organizzatore di eventi // il cinema la sua più grande passione // pessimista galoppante // nel tempo libero alterna MMA, Brazilian Jujitsu e dormite

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