martedì 16 ottobre 2018 - 19:51

Pietroline

Lucia accosta e sospira. “Dai, scendi dalla macchina” dice, senza guardarmi.
“Ok. Ci rivediamo?” dico, guardandola.
“Sì. Cioè no. Cioè non lo so.”
Non scendo dalla macchina. La pioggia leggera bagna i finestrini. La guardo cadere sull’asfalto, su cui brillano le luci dei fari che affogano nel traffico del sabato pomeriggio.
“Sono stato bene.”
“Bene.”
“Allora ciao.”
“Ciao.”
“Posso rimanere un altro po’?” chiedo.
“Ok. Ma non fai tardi a teatro?”
Lucia ha ragione, devo scappare. Oggi pomeriggio ho lo spettacolo. Tra poco devo essere al trucco, maledizione. Potrei fare tardi. Però se n’è ricordata.
“Te ne sei ricordata…” le dico.
“Io mi ricordo tutto.”
Non mi viene in mente niente da dire, perciò non dico niente.
Ha ragione. La scena madre, e poi tocca a me. Tra poco tocca a me.
E se oggi, invece, non volessi? Se stasera decidessi di trasformare il mio ruolo minore in qualcosa di più importante? Qualcosa che, invece di mettere a posto le cose e dare equilibrio alla trama, peggiorasse il disordine, rendesse il caos ancora più caotico.
E però mi pagano, e mi pagano anche bene. Questo è importante. Mi pagano, e lo spettacolo sta andando bene, ieri quei due sono stati addirittura intervistati da un giornale. I due protagonisti. Non so che giornale fosse, ma comunque era un giornale. Io non sono mai stato intervistato da un giornale.
“Tra poco vado, infatti.”
“Sarà meglio. Tra poco scoppia un acquazzone.”
Figuriamoci se intervistano me, che interpreto un ruolo scritto in cinque minuti giusto per risolvere un piccolo nodo della trama. L’applauso meno convinto al momento delle presentazioni finali, quando si avanza al centro della scena e si fa l’inchino al pubblico.
“Magari aspetto che spiove, ok?”
“Ok.”
“Mattia è stato bene, secondo me” dico.
Lucia sorride, per la prima volta da quando ha fermato l’auto. Impercettibilmente, come fa quando ha un motivo per sorridere ma non vuole che la persona con cui sta parlando se ne accorga, però sorride. “Sì. L’ho visto contento.”
“Anch’io. Eri contenta anche tu.”
“Io sono troppo stanca per essere contenta” risponde. Aspetto e la guardo, ma ora non sorride più.
“Io ero contento” dico.
“Mi fa piacere. Allora, che vuoi fare?”
La verità è che amo questo mestiere, e che male c’è? Voglio continuare. Perché quando si smette le cose che si ama fare, allora che diventa la vita? Diventa niente. E può darsi che anche questo sia niente, ma almeno è il niente che voglio io, e preferirò sempre il mio niente al vostro.
“Intendi ora o in generale?”
“Quando ti pare.”
“Forse mi conviene aspettare un altro po’. Me ne vado quando spiove, ok?”
“Ok. Hai parlato con l’avvocato?”
“Vuoi venire a vedere lo spettacolo?”
“Non mi hai risposto.”
“Nemmeno tu.”
“Tra poco vado.”
In realtà non lo so, cosa farò, non l’ho mai saputo. E non so nemmeno cosa voglio. Ma c’è qualcuno che lo sa? Forse Mattia, forse solo lui, per ora, lo sa. Io so solo che voglio trovare qualcun altro che non lo sappia, e non saperlo insieme.
Il rumore di clacson e lo stridio di gomme distrae Lucia, che getta un’occhiata nello specchietto retrovisore e sospira di nuovo. “In questa città la gente guida sempre come se il mondo fosse sul punto di esplodere e tutti dovessero accaparrarsi l’ultimo posto disponibile nel rifugio antiatomico.”
“Mi farebbe piacere vedervi a teatro qualche volta. Tu e Mattia.”
“Vedremo” dice Lucia. “Allora ciao.”
Scendo dalla macchina, e mezz’ora dopo sono in camerino. E come li spieghi, quei momenti in camerino? Quei momenti in cui pensi. Pensi agli aerei che vedi passare nel cielo, alle cose che non hai mai detto. Dove vanno a finire, le cose che non hai detto, o le cose che non hai fatto? Mia nonna diceva che finiscono sul fondo del tuo stomaco, e lì rimangono. Io direi piuttosto che assomigliano a delle pietroline che si depositano sul fondo dell’anima, si accumulano e a un certo punto ti presentano il conto. Come i calcoli nei reni, più o meno.
Pensi a un sacco di cose, in camerino. Proprio come quando sono sceso dalla macchina, e forse Lucia è rimasta lì a guardarmi mentre mi allontanavo, anche se mi sono costretto a non voltarmi.

 

Roberto Oliva

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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