mercoledì 20 marzo 2019 - 00:23

Per l’ultimo dell’anno è vietato buttarsi giù


In questo preciso momento sono seduto di fronte al fuoco. In un pomeriggio di fine dicembre, con questo freddo antartico poi, dove volete che sia se non di fronte al fuoco? Più tardi mi preparerò per il cenone di fine anno, ma per adesso me ne sto qui ad abbrustolirmi. Ieri pomeriggio, a quest’ora, devo ammetterlo, mi trovavo da tutt’altra parte ma questa è un’altra storia.
Nell’articolo precedente ho parlato della benedizione che possa essere la parola “casa”, tra l’altro mai scontata: la raucedine dopo mezzo secolo di Philip Morris è scontata, non la parola casa. Poco fa, prima di scrivere questo articolo, ripensavo ad un romanzo che non si allontana molto – tematicamente parlando – da questo concetto. Si tratta di uno dei capolavori di uno dei miei scrittori coevi preferiti, ovvero Nick Hornby mentre il romanzo in questione è “Non buttiamoci giù”. Ma a noi piacciono i titoli originali, sì proprio così, non quelli tradotti che spesso non centrano un tubero di topinambur con quelli autoriali. Il titolo originale del romanzo è “A long way down”; uscì nel 2005 e riscosse subito un buon successo di pubblico.
Di cosa parla? Suvvia, non fate fare tutto il lavoro a me. Anzi, facciamo che vi autorizzo a mettere via questo articolo: posate i vostri apparecchi elettronici e fiondatevi in libreria a comprarlo (se non l’avete ancora letto, ovviamente). Anche se, pensandoci meglio, oggi le potreste trovare chiuse le librerie. In questo caso potete continuare a leggermi: ve ne parlo senza dirvi il finale, come di consueto.

Partiamo dal fatto che la storia è ambientata nella notte di San Silvestro. Non a caso si è affacciato alla mia memoria proprio questo romanzo e non un altro: l’anno che se ne sta andando sta per essere accantonato – insieme al calendario unto di olio che avevate appeso in cucina – nel retro di qualche impolveratissima cantina o peggio ancora, nel bidone della ‘munnezza’ come si suole dire dalle mie parti. La notte di cui parla Hornby è tutta londinese. Sul cocuzzolo di un palazzo chiamato beffardamente “Casa dei Suicidi” si ritrovano quattro perfetti sconosciuti: Martin, Maureen, Jess, J.J., hanno in comune solo il fatto di volersi suicidare. Il primo è un conduttore televisivo fallito, la seconda una donna negletta che ha dedicato tutta la sua vita al figlio disabile, Jess è invece un’adolescente che è appena stata mollata dal suo boyfriend, l’ultimo è un rocker-mai-stato, dai sogni e dai sentimenti infranti.
Sia chiaro, alla fine dell’anno non mi piace pensare alla storia di quattro ammazzavita, non è la massima aspirazione per un passionné delle feste come me. Neanche per voi dovrebbe esserlo, si spera. Se vi sto proponendo questa lettura vuol dire che non è un romanzo lacrimogeno, niente risvolti emotivamente laceranti. Vi assicuro che ci sono molti momenti in cui ci si sganascia dalle risate. Ma mettiamo un attimo da parte il ridere perché, spesse volte, se ne hanno pieni i sacchi di biglie di ridere sempre. Dappertutto si finisce per imbattersi in qualcosa che pretende di far ridere, in gente che non fa altro che ridicolizzare se stessa, e tutto solo per profitto e notorietà. Questo romanzo fa ridere nel modo in cui si dovrebbe ridere, con spontaneità. Spontaneità, non trovate che sia una parola eccelsa? Una delle più belle, azzarderei a dire. Quelle ‘belle di fatto’ sono altre: Libertà, Sesso, Ragù, ma anche “Spontaneità” dovrebbe far parte di queste. Mi è tornato alla mente questo romanzo riflettendo proprio su tale parola. Questo scritto hornbiano è indubbiamente capitanato da essa: il fatto stesso che le quattro persone abbiano deciso di togliersi la vita in una notte durante la quale, convenzionalmente, si aspetta la mezzanotte con una bottiglia di champagne fra il pollice e l’indice dimostra il loro “spontaneous mood”. Ma poi la cosa più eccenzionale è quello che si instaura fra di loro, un rapporto balzano quanto trasparente, svincolato da qualsiasi psico-costruzione o pregiudizio del tipo “quella Jess parla come uno scaricatore di porto”. Il giorno dopo, in fondo, sarebbero stati morti e sepolti e non avevano certo tempo per dei pregiudizi che, se fosse andata bene, sarebbero diventati giudizi veri e propri dopo una decina d’anni di frequentazione. Potevano contare solo su giudizi a freddo. E poi, parliamoci chiaro, se erano finiti lassù avevano di sicuro avuto un crollo nervoso e chi ha un crollo nervoso non sta a congetturare per ore su cosa fare o su come agire. In quella notte si mostrano l’uno all’altro nudi e crudi, senza il macigno del “dover-essere” e ogni sorta di schematismo comportamentale imposto dalla società. Il loro rapporto nasce in un modo tale che non possono fare a meno di essere se stessi, con i propri drammi esistenziali e le proprie paturnie. Il loro è un continuo svelamento folgorante. Non indossano maschere, solo una colossale cera da funerale. Alla fine sarà la loro fortuita unione a ribaltare la situazione: si danno sei settimane di tempo. Rimandano il loro triplo salto carpiato nel vuoto al giorno di San Valentino. Cosa accade nel frattempo? Non ve lo dirò di certo io. Facciamo piuttosto che vi do sei settimane per leggere il romanzo: dopo possiamo rivederci e confrontarci, però non in cima ad un grattacielo, per carità, facciamo davanti al mio caminetto con una buona tazza di tè e dei wafers.

Quale sia la morale del romanzo è difficile dirlo perché non è una soltanto, ce ne sono cospicue. Sarà una pura coincidenza ma i libri che vi propongo hanno solitamente più di una risoluzione finale. Di ben certo non è solo quella riassumibile nello slogan suicidarsi non ha senso. La mente umana è volubile perché assiduamente elettrizzata da percezioni diverse. Le nostre decisioni non sono inoppugnabili bensì soggette a tante variabili e tiri della sorte. In certi istanti ci si sente al settimo cielo, in altri peggio di capesante in salamoia. Come canta John Denver: sometimes I fly like an eagle / And sometimes I’m deep in despair. C’è chi ha avuto piú delusioni che ‘sollevazioni alari’ e alla fine è arrivato a scegliere un alto fabbricato come salle de jeu per festeggiare l’ultimo dell’anno.  Ma credetemi, quelle stesse persone, il mese dopo, potrebbero essere grate di essere vive piú di quanto lo sia tu che stai leggendo questo articolo o di chi legga il libro di Hornby con una certa alterigia. Ecco spiegato come mai i quattro sconosciuti giungono alla decisione di procrastinare lo schianto del loro cervelletto. Quante volte avete cambiato il gusto di gelato preferito o il colore delle vostre zazzere? Certamente questo tipo di cambiamenti è meno rilevante dinnanzi alla gravità di un bivio come quello che scinde la vita dalla morte, eppure non c’è tutto questo chilometraggio tra un gusto nuovo-di-zecca e l’autodeliberazione di schiattare male. Alcune volte si muta prospettiva con uno schiocco di dita, altre volte servono ore ed ore di psicoanalisi e questo indipendentemente da quale sia la turba o l’atteggiamento vizioso da combattere.

Cosa vi ha portato Santa Claus quest’anno? È bello quando ci lascia sotto l’albero un oggetto di artigianato irlandese, ma sarebbe anche bello se ogni tanto gli chiedessimo un pacifico cambio di vedute. In tanta gente avviene stentatamente e, nei casi peggiori, fa strisciare le scarpe fino all’ultimo piano di un edificio dimenticato da Dio. Altre volte è assolutorio e porta con sè un inimmaginabile vitalismo. Quello di Hornby è perciò un romanzo che, prima di ogni altra cosa, insegna che nessuna coscienza è immutabile e tanto meno non piú disincrostabile. Buchi neri nell’anima o urla di Munch nelle cervella, niente di tutto ciò è per forza in eterno. Un bel giorno ci imbattiamo in una persona con lo sbalorditivo potere di entrarci dentro o semplicemente in un tramonto che pendola su di un canyon e qualcosa si riscrive in noi, spontaneamente, radicalmente. Le sei settimane di attesa sono indicative e, come si è detto, tutto può ribaltarsi anche alla velocità della luce. Cosí dai il benvenuto al nuovo te: il vecchio Io lascia spazio ad un altro Io. Siamo bruchi sempre pronti a diventare lepidotteri che, a trasformazione ultimata, si riconoscono ancora in bruchi e mutano, altre dieci cento mille volte. La crisalide è il mondo, la cima di un grattacielo, la panchina di un parco, insomma qualsiasi posto perché in qualsiasi posto si può rinascere, mutare, divenire.

Antonello Mortato

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Antonello Mortato

Responsabile categoria READING per Breakoff.it // scrittore & poeta // ama viaggiare e scrivere e/o scrivere viaggiando // nel tempo libero legge, suona la chitarra e si dà alla vita mondana // obiettivo: navigare in sogni illusoriamente irrealizzabili e trasformarli in realtà.

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