mercoledì 19 dicembre 2018 - 06:39

Ottavio Caccamo

 

Come si fa a scrivere un buon racconto? Cosa ci può portare a creare dal nulla una storia che entusiasmi, che tenga il lettore inchiodato alle pagine? Beh, sicuramente non un inizio come questo. Riproviamo. Ecco, ce l’ho: per scrivere bene basta saper cogliere le relazioni nascoste tra le cose. Lo diceva pure Baudelaire. Già, ma io non sono Baudelaire. Io sono Ottavio Caccamo. Però sono lo stesso uno scrittore, sono un genio, un maledetto genio, che vi piaccia o no, che voi leggiate o meno quello che scrivo. Che mi tiriate o meno fuori di qui. Sì, sono Ottavio Caccamo, uno scrittore, uno scrittore della madonna.

Che brutto nome che ho. Ve lo immaginate, un nome così, in mezzo ai classici della letteratura? E già, è facile se ti chiami J. D. Salinger, che ci vuole? Scommetto che la Recherche, se anziché proustiana fosse stata caccamese, nessuno si sarebbe precipitato in libreria. Ve lo immaginate, un parigino che dice a un altro parigino “Ue’, François, hai letto la recherche caccamese? Che ne pensi?”. Secondo me il buon François, senza nemmeno sapere di cosa parla, si tapperebbe il naso disgustato e risponderebbe “Caccamese? Bleah, che schifo.”
In confidenza, qualcosa di simile alla Recherche è proprio quello che ho intenzione di fare: la mia vita camuffata nelle pagine, un’indagine approfondita sull’essere umano, sulla natura del tempo e dei ricordi. Ne ho di cose da dire, che vi credete? E sono più simile a Proust di quanto pensiate: anch’io mi sono allontanato bruscamente dalla vita mondana per dedicarmi completamente alla mia opera; anch’io, come lui, sono un genio tormentato e mi sento spesso poco bene; anch’io sono convinto che l’Io sia profondamente sfaccettato: l’io sociale, limitato e pieno di convenzioni, deve essere distinto dall’io creativo, che a sua volta deve essere distinto dall’io che agisce quando dal giapponese c’è l’All you can eat.

E voi che cacchio avete da guardare, con quegli sguardi ridicoli? Sì, bravi, scuotete la testa, parlottate tra voi, solo questo sapete fare. Tra l’altro i vostri camici bianchi sono ridicolmente fuori moda, eh, così, giusto per farvelo sapere.

La settimana scorsa, prima che mi trascinassero qui, ho scritto per una giornata intera. A un certo punto mia madre è venuta a bussare alla mia porta per vedere se fossi ancora vivo. L’ho mandata al diavolo, gridando che voglio essere rispettato, che ormai ho un’età ed esigo una mia indipendenza. Per rimarcare il concetto non l’ho neanche ringraziata dopo che ha finito di tagliarmi le unghie dei piedi.

È inutile che insistete, non la prendo quella stronza di una pillola, non me ne frega niente di quello che dice quello scemo del dottore.

Forse mi serve un nome d’arte, qualcosa di suadente, esotico, sofisticato. Tipo Otto e qualcosa. Otto Crostracker, il nomignolo che mi trovò mia nonna quand’ero piccolo. Una donna molto dolce, mia nonna. Un po’ svitata, ma dolce. Otto Crostracker. No, meglio di no, mi fa venire in mente una pornostar austriaca. Devo lavorarci. Per adesso scrivo, e poi ci penso. Gesù, questi tizi che mi fissano mi fanno sentire come se fossi ancora a scuola. Non mi è mai piaciuto andare a scuola. Credo che i professori mi temessero. Sì, avete capito bene, temevano la forza corrosiva della mia prosa, e ce l’avevano con me. Come tutti gli altri, del resto. Purtroppo non ne ho le prove, dovrete credermi sulla parola.
È proprio a quel periodo che risale il mio primo “episodio di squilibrio”, come amava dire la signora P. La signora P. era la mia psichiatra. Il soprannome l’ho inventato io. La P sta per péreta, ovviamente. La detestavo. Diceva che avevo bisogno di continuare la terapia. Stronzate, non vedete che sto benissimo?

Siete ancora lì? E già, è facile provocare, tanto sono legato al letto, mica posso reagire.

Eh? Come? No, no, vi prego, la camicia di forza no. Ok, va bene, sono solo un aspirante scrittore. E quel libro che ho pubblicato… Sì, lo confesso, era con un editore a pagamento… e sì, sono pieno di debiti, è tutto vero, basta che mi sleghiate e mi facciate uscire di qua…”.

Roberto Oliva

Questo racconto è liberamente ispirato al romanzo “Chiedi alla polvere” di John Fante, il cui articolo lo trovate nell’altra stanza di questa rubrica: Io, Arturo Bandini, un tipo davvero fantastico.

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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