sabato 23 marzo 2019 - 15:49

Notti Magiche – Recensione

Siamo nel luglio del 1990 durante l’esecuzione finale dei rigori di Italia-Argentina, semifinale del mondiale di Italia ‘90. Donadoni prima e Aldo Serena poi sbagliano i rigori decisivi, lasciando la finale alla squadra di Maradona. “Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare” afferma Pizzul, mentre una Jaguar con a bordo un noto produttore cinematografico cade da un ponte uccidendolo. Nella sua tasca viene ritrovata una polaroid in cui è assieme a tre giovani e ad una ragazza Coccodè, che sono anche i primi sospettati del possibile omicidio. In questa scena dei titoli di testa si racchiude gran parte del film in una metafora malinconica del nostro paese. In quell’auto ed in quei rigori finiscono le speranze di un’epoca esaltante ma allo stesso tempo senza grande visione del futuro. Finisce la stagione del grande cinema e dei grandi sceneggiatori, intellettuali tendenzialmente radical chic, ma con un talento straordinario. Ma è anche la fine della prima repubblica, con l’avvento di mani pulite, che spazza via un’era corrotta ma anche molto produttiva per certi versi.

Virzì ci riporta all’atmosfera di quel periodo, delle notti magiche, in una Roma ancora capace di sognare e mostrare il suo volto più genuino. Uno strascico, un po’ malandato di bella vita ma piacevolmente stimolante. Non una versione “ovosodizzata” de La grande bellezza, ma una città dove gli italiani, dal nord al sud, riponevano sogni e speranze.

Dopo l’incidente i tre ragazzi vengono portati in commissariato per essere interrogati e da qui, tramite flashback, vengono ripercorsi gli ultimi giorni passati nella capitale. I tre giovani sono i finalisti del premio Solinas, un premio per giovani sceneggiatori, che si incontrano per la prima volta in occasione della cerimonia di premiazione. Antonino, Luciano ed Eugenia hanno storie e caratteri completamente diversi ed in qualche modo sono la proiezione dei veri sceneggiatori del film (Virzi, Piccolo e Archibugi).

La storia del film è secondaria ed è difficile dire cosa racconti veramente. L’obbiettivo di Virzì è raccontare un’atmosfera, in un gioco di sensazioni adrenaliniche sviluppate da personaggi iper-caratterizzati ed affascinanti. Gioca coi riferimenti, alle volte reali alle volte inventati, e gioca con la sceneggiatura spiegando sé stessa allo spettatore attraverso i propri personaggi. Ma per chi non ha vissuto quell’epoca è difficile riuscire a trarne le sfumature ed i messaggi seminascosti presenti.

In conclusione Notti magiche è una critica semiseria nei confronti di un mondo del cinema che non ha saputo guardare al futuro tradendo le nuove generazioni. Un film atipico dove la vera storia si nasconde sempre sullo sfondo di quel che accade in primo piano. Il giallo si mescola con la commedia, il dramma con la comicità, eliminando di fatto, ogni connotazione di genere. Una fotografia vintage dove scorre una sceneggiatura veloce con un cast di giovani sconosciuti in contrasto ai vecchi grandi nomi come Giannini, Muti, Roncato.

Tanto bella era la nazionale di Azeglio Vicini, quanto dolorosa è stata la sconfitta contro l’Argentina. Le notti magiche di Virzi sono le notti dei sogni infranti, delle amare disillusioni nascoste dal velo del grottesco e della sagace comicità degli eventi. Ma raccontano anche della potenza dell’entusiasmo creativo giovanile, della qualità intellettuale di chi crede nei propri sogni senza la paura che gli vengano spezzati, della gioia di chi, lavorando con la fantasia, guarda avanti verso la propria strada senza la tossicità di chi quelle strade non sa più trovale.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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