mercoledì 17 Luglio 2019 - 19:52

Molly’s game – Recensione

Se chiedessimo ad un fabbro di realizzarci una libreria probabilmente punterebbe su una composizione fatta per lo più di montanti e mensole d’acciaio. Un falegname punterebbe sulla qualità strutturale del legno e l’estetica delle sue venature. Un pittore invece giocherebbe con le armonie di colori, sui pieni ed i vuoti. Fa parte del loro background culturale ed esperienziale. E così Sorkin, tra i migliori sceneggiatori di Hollywood e premio Oscar per The Social Network, alla sua prima prova da regista punta tutto su una sceneggiatura incalzante fatta di dialoghi pungenti e sagaci che prendono spazio nel film come le esplosioni in quelli di Michel Bay o gli inseguimenti in Fast and Furious.

Una psichedelia di parole che rendono il film veloce e piacevole ma poco armonico nella sua globalità. A differenza del lavoro con Fincher, per esempio, dove i dialoghi si amalgamavano ad una fotografia raffinata ed ad un montaggio sonoro che distingueva ed esaltava i vari momenti del film su Zuckemberg dettandone i ritmi, Sorkin ha reso tutto più piatto dando comunque forza alla storia biografica su Molly Bloom.

Il film si basa infatti sul libro scritto proprio dalla stessa protagonista, interpretata dalla bravissima Jessica Chastain, in cui narra la storia che l’ha portata ad essere arrestata dall’FBI come organizzatrice di bische di poker per i personaggi più abbienti della società.

Molly nasce come una potenziale campionessa di sci malgrado una malattia congenita alla schiena, allenata da un padre inflessibile e pretenzioso, e che dovrà rinunciare a propri sogni di gloria a causa di un brutto incidente durante le selezioni olimpioniche. Si reinventerà tramite piccoli lavoretti che la porteranno, attraverso una serie di circostanze, a divenire segretaria e poi organizzatrice di una rete di personaggi interessati al mondo del gioco d’azzardo (anzi di abilità come precisa la protagonista) dove si mescolano affari e giochi di potere. Un po’ femme fatale, un po’ “l’anti-moglie”, un po’ psicologa, Molly si rapporta coi propri giocatori in maniera ambivalente fino a che la cosa non diventa un po’ troppo grande per una persona che vuole mantenersi sul limbo dell’etica e della legge.

Spettacolari sono le “sparatorie” tra lei ed il suo avvocato (Idris Elba), così come quelle con suo padre (Kevin Costner) in un crescendo costante che a tratti ti fanno rimpiangere le pause di Celentano ma di cui non si può non rimanere affascinati. La gestione di questo ritmo è resa però instabile e confusionaria dai continui spostamenti temporali della storia dove, tramite flashback, vengono ripercorse le vicende che da piccolo talento dello sci l’hanno portata ad essere il punto di riferimento di rockstar, attori e mafia russa sino al presente dove è costretta a difendersi con il suo avvocato da pesanti accuse.

Sorkin trova, al contrario degli aspetti tecnici, un ottimo equilibrio nella scrittura della trama tra gli aspetti torbidi della storia e le qualità psicologiche e morali della protagonista nonostante aleggi in maniera un po’ troppo eclatante un certo buonismo pro self-made woman, tipico della cultura yankee americana, dove si enfatizza la capacità di partire dal nulla, arrivare al massimo per poi cadere nuovamente senza evidenziarne la malizia machiavellica o comunque mettendola nettamente in secondo piano.

In conclusione Molly’s game è un gran bel film nonostante gli manchi lo spessore che forse registi più maturi avrebbero saputo dargli ma che si fa apprezzare per una storia vera che sembra un film.

Su quest’ultimo aspetto viene in mente Hitchcock che una volta disse: “Il cinema è la vita senza tempi morti”. Dopo la visione di questa pellicola verrebbe però da pensare che forse nella nostra epoca il concetto si è ribaltato ed è la vita che imita il cinema disdegnando i tempi morti che però per quanto annoino la caratterizzano e la rendono vera. E non un bluff come nel poker.

 

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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