giovedì 23 Maggio 2019 - 20:28

Marina Abramovic: The Cleaner – la mostra a Firenze

Conoscerete sicuramente l’aforisma per cui si definisce artista colui che è in grado di lavorare con le mani, la testa e il cuore. Attribuito, forse erroneamente, a San Francesco, attesta la visione dell’artista, secondo canoni classici basati sulla dimostrazione del talento, nel produrre un oggetto fisico in cui simbioticamente introdurci le qualità della propria sensibilità. L’arte contemporanea ormai veicola messaggi ed emozioni in maniera completamente diversa. Inutile dilungarsi tra l’orinatoio di Duchamps e la merda di Piero Manzoni, tra le installazioni territoriali di Christo e la scatola da scarpe di Orozco. L’arte contemporanea deve continuamente affrontare la critica del “Questa potevo farla anch’io” o del “Ma l’arte deve essere innanzitutto bella”. Questione di linguaggio e di capacità dello spettatore di avere gli strumenti sintattici per tradurla.

Nel caso di Marina Abramovic l’arte non vive solo nelle sue performance ma nell’azione biunivoca delle sensazioni tra artista e spettatore. Quest’ultimo difatti non è mero co-protagonista passivo ma interagisce tramite le sue emozioni. Si è, di volta in volta, oggetto o soggetto in base alle situazioni, in una alternanza di ruoli intensa quanto frastornante.

Da testa, cuore e mani si passa a testa, cuore e genitali, come evidenzia la sua Black Dragon della serie “Transitory Objects”. Tre pietre con particolare carica energetica alle quali lo spettatore deve appoggiarsi esattamente con quelle tre parti del corpo.

Freeing The Voice

È un’arte innanzitutto corporea, oltre che concettuale, quella dell’artista di Belgrado. Il corpo è strumento per avviare emozioni e sensazioni e di trasmissione delle stesse. Lo sollecita per sprigionarne le energie internamente anestetizzate, come nella serie “Rhythm” o “Freeing The Voice” dove la si vede urlare incessantemente per 3 ore. Un rito purificatorio contro gli accadimenti della sua terra, verso sua madre, verso i propri blocchi e frustrazioni personali.

Il titolo della mostra, THE CLEANER, come spiegato dalla stessa Abramovic, è un invito a fare pulizia del proprio passato eliminando il superfluo e di conseguenza il proprio destino. L’elemento tempo prende categorizzazioni alternative. Esiste solo un presente talmente dilatato da identificarsi con la vita stessa. Il qui ed ora non è un tempo definito dalla lancetta dei secondi ma da quella dei calendari. Lo spazio non viene calcolato da unità di misura metriche ma dal tempo della durata di una percezione emotiva.

Si prenda ad esempio “The Lovers”, l’opera in cui Marina e Ulay, suo ex compagno, percorrono la Muraglia cinese partendo dagli antipodi per poi incontrarsi a metà percorso e dirsi addio definitivamente concludendo la loro storia d’amore. Spazio e tempo sono scanditi dai cambiamenti che hanno attraversato lungo il percorso e non dagli oltre duemila km attraversati nei 3 mesi che li separavano. Un atto simbolico ma allo stesso tempo concreto. Energie del corpo e della mente che si sono caricate e scaricate durante l’esecuzione dell’opera che di fatto non è altro che trasposizione fisica di una metafora di un amore. Un modo per non subire il sentire personale ma sfogarlo in uno spazio meditativo.

The Lovers

La poetica dell’Abramovic si regge su labili equilibri sempre ben condotti nella sua visione del mondo e dell’arte. Nell’equilibrio tra corpo e mente, tra l’ego d’artista e la personale spiritualità. Elementi dicotomici ma sfruttati per produrre un’idea forte. L’aspetto introspettivo spirituale diviene al servizio di un’arte che si rapporta alla collettività e con cui interagisce in maniera anche diretta. Come in “Imponderabilia” dove gli spettatori sono accolti da un uomo ed una donna completamente nudi, posti ai lati di un portale, ad una distanza tale da costringere lo spettatore che vuole passare a rivolgere il proprio corpo ad uno o all’altro. La nudità sconvolge e trasferisce l’imbarazzo della prova da colui che è nudo a chi subisce tale azione. Pone lo spettatore davanti ad una scelta (rivolgersi verso l’uomo o la donna) mostrando la volontà umana di dirigersi verso la scelta che pone l’imbarazzo minore.

Imponderabilia

In “Luminosity”, invece, la nudità serve a mostrare la vulnerabilità dell’essere umano posto davanti al giudizio degli altri. È una prova di forza per l’artista che deve elevarsi spiritualmente per non soccombere e, se abbastanza forte, da vittima può diventare simbolo. Rende consapevoli della potenza espressiva del corpo. Sono prove interattive e mutevoli, di rottura nei confronti dei filtri sociali e delle convenzioni etiche in cui siamo avvolti togliendoci la nitidezza necessaria per vedere oltre. Per vedere l’altro. Perché non portiamo solo maschere ma anche lenti che deformano la realtà. La “nonna della performance art, come si è autodefinita, utilizza queste prove per scagliarci lampi di verità.

Ma non si arriva alla verità senza sofferenza. Tante sono le prove al limite della sopportazione. Anche la meditazione, l’attesa, il vuoto, sono sofferenza. O come in “Death Self” dove Marina ed Ulay unirono le labbra e respirarono l’aria espulsa dall’altro fino a terminare l’ossigeno a disposizione. Caddero a terra privi di sensi dopo 17 minuti e mostrarono la capacità dell’individuo di assorbire, cambiare e distruggere la vita altrui.

L’arte è creazione ma cosa crea Marina Abramovic? Cosa crea quando pone due persone davanti ad un tavolo a guardarsi negli occhi? Una delle azioni più comuni dell’essere umano. E che di fatti fa compiere a qualunque spettatore che ne abbia interesse. Siamo quindi tutti artisti? Dov’è il valore di “The artist is present”? Il valore sta nella produzione di emozioni a cui non siamo abituati e nel loro fluire casuale come un quadro di Kandinskij. Guardarsi negli occhi, senza dire niente, senza pretendere niente, assume un valore dissacrante e anticonformista, che in una società nella quale siamo sempre più abituati a guardare l’altro attraverso il filtro di un display diviene di fatto una delle visioni più provocatorie dell’arte contemporanea.

In definitiva THE CLEANER è una mostra che mette al centro lo spettatore che diventa, una volta finita, la vera opera d’arte dell’Abramovic. Tornito come un vaso di creta nelle sue mani, asciugato dai pensieri corrotti della società, i suoi veri pennelli sono la capacità esplorativa del comunicare, col corpo e con la mente. Non c’è nulla da ammirare, ma solo da scoprire, con meraviglia, le differenze nella propria mutevolezza. Ed in fin dei conti non è male imparare quanto siamo speciali.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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