mercoledì 21 Agosto 2019 - 12:30

Made in Italy – Recensione

Made in Italy è il terzo film da regista di Luciano Ligabue a 20 anni dall’esordio di grande successo con Radiofreccia sempre con Stefano Accorsi protagonista. Passano gli anni, cambiano i tempi e gli occhi con cui si guarda il presente. Se in Radiofreccia Ligabue metteva in risalto i drammi esistenziali personali dei protagonisti di provincia, in Made in Italy mostra i drammi della società attuale. Una società tipicamente italiana, come suggerisce il titolo, che inevitabilmente può stritolarti all’interno dei suoi meccanismi arrugginiti e malamente manutenuti.

Riko (Stefano Accorsi) è sposato con Sara (Kasia Smutniak) in una storia tra alti e bassi, fatta di tradimenti ma anche dell’amore più vero e puro. In un contesto tipicamente ligabuesco con gli amici di una vita tra prese per il culo, discorsi schietti e duri dove ci si sbatte in faccia la realtà delle cose senza falsi e rassicuranti buonismi e la routine quotidiana fatta di uscite per locali, partite a carte e di un lavoro utile solo a tirare avanti. Una routine che in questo ingranaggio arrugginito del nostro tempo e del nostro paese diventa elemento portante su cui tutto si regge e che nel momento di incastro di uno di essi porta dietro tutto il resto in un’inevitabile distruzione.

Ligabue corre sul filo della retorica senza mai caderci portando sul grande schermo la visione di una parte del paese che facciamo fatica a mostrarci nonostante sia davanti ai nostri occhi quotidianamente. È la retorica dei pensieri inespressi e da cui fuggiamo catalizzando lo sguardo sui singoli problemi. Una società arrabbiata, frustrata e impotente che sta deludendo e rendendo inutili gli sforzi dei nostri padri: “Mio nonno ha tirato su questa casa, mio padre l’ha poi allargata, e io sono quello che non se la può permettere…”.

Il film nasce a seguito dell’omonimo concept album di cui segue il medesimo filo conduttore e di cui le canzoni sono in parte colonna sonora per l’intero film a cui si aggiungono pezzi rock quali Waterfront dei Simple Minds, Haven dei Psychedelic Furs e The whole of the moon dei Waterboys in una commistione non molto organica ed a tratti forzata anche se, singolarmente, scena per scena funzionano.

In una volontà poetica delle immagini d’ispirazione lontanamente felliniana senza l’esasperazione al limite della citazione tipica, per esempio di Sorrentino, il regista di Correggio mostra una maturità artistica notevole tramutando in chiave contemporanea alcune scene al limite del cliché grazie anche all’aiuto delle ottime interpretazioni di Accorsi, ormai abituato a ruoli simili e della Smutniak. Quest’ultima bravissima e calata perfettamente nella parte di una donna dalla bellezza vissuta e profonda, fragile e forte al tempo stesso che nel momento del bisogno diventa il pilastro portante della famiglia reggendo sulle proprie spalle il peso della sofferenza. Ed è così perché, citando Liga, in fin dei conti “Le donne lo sanno, che niente è perduto, che il cielo è leggero, però non è vuoto”.

In conclusione Made in Italy è un film interessante, che funziona nonostante qualche buco nella sceneggiatura, qualche forzatura registica ed una volontà di stare sempre sul filo della retorica col rischio di cadere in un film pretenzioso. È un film che parla d’amore in maniera non convenzionale, al sapore di lambrusco e pop corn, tra la verità ruvida di ciò che ci circonda e la frustrazione per la mancanza dei sogni idealizzati dall’artificiosità un po’ americana di quello che vorremmo vivere.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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