giovedì 15 novembre 2018 - 13:46

Lily Bart, una cocorita dentro l’uccelliera

Our house is a very, very, very fine house with two cats in the yard / Life used to be so hard / Now everything is easy ‘cause of you / And our la, la, la, la, la, e ancora la la e la. Questa volta vi ho sorpreso, va ammesso. Non vi aspettavate la canzone di Crosby Stills & Nash ad apertura di questo nuovo articolo. Avrei anche potuto esordire con la frase “home, sweet home” ma sarei stato scontato come il trapano che mi martella le orecchie ogni santa domenica mattina. Sì, è così, nel mio condominio c’è una cospirazione neanche il film The Constant Gardener: hanno deciso di non farmi dormire serenamente la domenica. Eppure, dopo una buona tazza di caffè ho avuto la forza di ingollare la pillola amara. Subito dopo i miei occhi sono caduti su un romanzo che, a differenza mia, dormiva ancora – dentro la mia libreria. “La casa della gioia”, è questo il nome del libro, pubblicato nel 1905 dal primo premio Pulitzer al femminile, Edith Wharton.
Casa. Che parola confortante, anche dal punto di vista glottologico oltre che semantico. La parola stessa dà ristoro, quattro lettere di cui due vocali, entrambe una A, la vocale aperta per antonomasia. Fantasiosamente si può dire che questo aspetto fonografico trasmetta un senso di raccoglimento, di sollievo casalingo.

Eravamo rimasti a me che mi alzo frastornato, bevo il caffè e riprendo in mano questo romanzo. Be’, subito dopo l’ho scompaginato e mi sono detto che dovevo scrivere qualcosa a proposito di Lily Bart, la protagonista che ha magistralmente pennellato la Wharton. Lily Bart è una ragazza abituata al lusso, una piccola Lady Godiva per intenderci. La madre l’aveva viziata, mìzzica se l’aveva viziata. Aveva tutto ciò che desiderava e se dai ad un figlio tutto ciò che vuole, si sa, diventa disadatto al mondo che chiede, perenniter, uno sforzo all’adeguamento; un mondo tutto fasciato da una carta da parati con la parola “Elasticità” piantata sopra. Invece c’è chi svia questo messaggio megalitico e vive a mollo in una vasca di champagne Brut Rosé 2000 Mathusalem. A Lily accade qualcosa che cambia visceralmente la sua vita: resta orfana. E da qui si vedrà come tutte le costruzioni psico-sociali cadranno a pezzi. Viene posta sotto l’egida di sua zia, bramosa e vittima dell’egotismo. Per dirla con schiettezza, non se ne infischia di sua nipote. Prima di continuare a spifferarvi tutta la trama (a parte – ormai si sa – il finale), sarebbe il caso di fermarci un attimo. Io vado a farmi un altro caffè, voi a mettere ai ferri il temerario che sta continuando a trapanare, chiunque-esso-sia.

New York. Primi colpi di fucile del Novecento. Lily è la beniamina di casa, avvezza al Meglio. Ma quale sarebbe questo “meglio”? Intanto, tutti sanno che è il comparativo dell’avverbio bene. Questo è uno di quei casi in cui retrocedendo alla forma basica di una parola, qualcosa cambia. Dire quale sia il bene di qualcuno rispetto a dire cosa sia “meglio”, non è proprio la stessa cosa. C’è una sfumatura di significato che ribalta in toto le carte in tavola.
Lily ha avuto sempre il “meglio”, sì, lei è una delle abbonate alla confederazione del meglio; aveva tutto quello che si potrebbe mai desiderare, frequentava i salotti più in voga della sua epoca, si vestiva da cinderella, se dico che aveva tutto aveva tutto, non serve nemmeno continuare a dire cosa avesse e cosa non avesse. Aveva tutto.
In continuazione mi capita di incontrare persone abbonate a questo club. Ma vorrei anche capire, se mi è concesso, chi decide cosa sia meglio e cosa sia peggio. Vorrei tanto che qualcuno mi presentasse questo “dio del distinguo” che si muove in babbucce e decide per tutti noi. Qualcuno l’ha chiamato anche “legge del mercato”: più un prodotto è esiguo più il suo prezzo aumenta. La manodopera, il manpower detta all’inglese, veste un ruolo importante dentro la botteghina delle offerte economiche. Mettete ad esempio il melone cantalupo. Ma quanto diamine costa il melone cantalupo!? È un melone from Japan che viene lavato e massaggiato tante volte al giorno prima di arrivare sul kotatsu. Costa anche più di 16 mila euro, avete capito bene: sedici-mila-euro.

Dopo gli anni del boom economico ha preso forma la società dei consumi, in particolare è stato il fordismo a fare da stampella a questa rivoluzione epocale. Nel frattempo le banconote dentro le tasche si sono riprodotte e la gente ha iniziato a comprare non solo limitatamente al proprio fabbisogno, ma anche per costruire il proprio status symbol. Qui sta il costrutto cardiaco della questione. Lily viveva nell’agio e riponeva tutta se stessa in certe scelte prefabbricate. Era in prigione: avete presente una cocorita dentro un’uccelliera? Ecco, così era ridotta Lily, serrata in un planetario in miniatura fatto di convenzioni ed ipocrisie mordenti. Il fatto è che – non lo dico io ma Oscar Wilde – la gran parte della gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente. Ma per tutte le biscie morte nel lago Bajkal, capisco che le uova mignon dello storione bianco costino l’ira di Dio perché lo storione bianco è difficile da allevare, ma permettetemi di confidarvi che se dovessi scegliere tra un piatto di orecchiette fatte in casa e un crostino con sopra gli ovetti di uno storione, preferirei le orecchiette. Lo storione bianco sarà anche difficile da allevare ma immaginiamo una simbolica Signora delle Orecchiette: non fa la boogie dance col marito per fare quelle orecchiette, per non parlare di quante ore di sonno arretrato avrà sulla sua groppa. Il succo della questione è che le orecchiette costano una cosa come 70 euro in meno rispetto al caviale. È chiaro dunque che il valore di qualcosa non si può definire solo dal suo prezzo di mercato. Il cuore, amigos. Bisognerebbe fare più cose con il cuore. Il cuore nel fare così come nel sentire. Una storia d’amore è imperniata su questo tout court: lei ti fa un piatto di spaghetti alle vongole con il cuore, tu per ringraziarla le fai un massaggio con il cuore. Senza il cuore rimane solo un grumo di circa 360 chilocalorie e dall’altra parte, una brutta borsite da curare.

Lily a questo punto non trova altro rattoppo se non un matrimonio di convenienza. Peccato che non trovi nessun buon partito e rifiuta tutte le avances. Tutta questa storia non fa che esacerbare il suo umor grigio e la sua condizione di disadeguamento. L’ambiente sociale in cui aveva deciso di introflettersi, quello del meglio, inizia pian piano ad allontanarla ed esautorarla del suo “nobilificio”. Resta così vittima del suo stesso mondo, quello in cui aveva vissuto fino ad allora. Una cocorita nell’uccelliera, per l’appunto. Non poteva fare niente per sabotare quella parabola di declino, se non assistere al suo stesso disarcionamento sociale.
Questo romanzo sbandiera attualità, non ci sono dubbi. Non avrei potuto non parlarvene prima o poi. Le ipocrisie non sono mai passate di moda, e sono irresolutamente le stesse. Non c’è scampo e, di ben certo, inchiodare la propria vita in una “casa della gioia”, cioè in un cabaret di ostentazioni e camuffamenti, non porta mai a quel bene del cuore che va oltre qualsiasi prosopopea del meglio.
La Wharton usa dunque la parola “casa” in senso negativo producendo una sorta di cortocircuito intestino, perché come abbiamo detto la parola “casa” dovrebbe essere indiscutibilmente sinonimo di rasserenamento, di pace quasi prenatale direi. Ma quando l’organo propulsore di una casa è il conquibus e non il cuore allora tutto va in malora. Le orecchiette vanno in malora, la stessa Lily va in malora. A volte sarebbe bastato seguire il polso invece del profumo di uova di storione.

Antonello Mortato

 

Il disegno grafico in copertina è stato realizzato da Grazia Mortato ©

About The Author

Antonello Mortato

Responsabile categoria READING per Breakoff.it // scrittore & poeta // ama viaggiare e scrivere e/o scrivere viaggiando // nel tempo libero legge, suona la chitarra e si dà alla vita mondana // obiettivo: navigare in sogni illusoriamente irrealizzabili e trasformarli in realtà.

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