giovedì 15 novembre 2018 - 13:43

L’enorme cappello di Jacques le Fataliste


C’è un momento, in Jacques le fataliste et son maître, in cui Jacques abbandona la corazza, il “cappello” del fatalismo gli lascia il capo scoperto, la maschera si scioglie e il giullare cede il posto all’uomo. Succede nella prima metà del romanzo e, personalmente, è il punto che preferisco: il padrone ha appena raccontato qualcosa di poco conto, una sua vecchia disavventura con un usuraio, e senza alcun nesso apparente il valletto inizia a parlare della scomparsa di suo fratello Jean, morto nel tragico terremoto di Lisbona del 1755. Subito dopo scoppia a piangere.

Per consolarlo, il padrone gli fa notare che “il était écrit là-haut”, era scritto lassù, frase con cui Jacques è solito liquidare ogni questione, formula magica ad effetto istantaneo con cui sottrarsi alle grandi e angoscianti domande sul senso del mondo e della vita. Ma la morte del fratello è la domanda, quella più grande e angosciante, e stavolta non c’è fatalismo che tenga. “È vero, me lo sono detto cento volte, ma non posso impedirmi di piangere” replica, quasi tra sé e sé, dopo una breve pausa di riflessione. Ma è un attimo, ancora qualche secondo e il giullare si ricompone: è stata l’intelligenza di Jean a condurlo alla disgrazia, è sempre stato il più intelligente, era scritto lassù, e poi parte con un altro dei suoi racconti sgangherati sulle sue donne, sul convento dei Carmelitani, su Padre Ange o su chissà che altro. Il padrone si accorge del tentativo, in verità piuttosto fiacco, di sviare il discorso dal suo punto debole, ma non glielo fa notare. Perché in fondo gli vuole bene, anche se è il più grande rompipalle che abbia mai incontrato.

È difficile definire un testo del genere. Un po’ dialogo filosofico, un po’ divertissement, un po’ romanzo in cui in realtà Diderot si prende gioco della forma-romanzo e delle sue regole: il compito della narrativa è rispecchiare la complessità, la frammentarietà, il disordine del reale, e le trame ordinate, lineari, ad effetto, i romanzi d’amore, in definitiva sono fasulli e artefatti. E qual è il modo migliore per dimostrarlo, se non scrivere un non-romanzo? Jacques le fataliste è la storia di due uomini bizzarri e “sbevazzoni”, vitali e malinconici, impetuosi e riflessivi, della loro del viaggio che intraprendono secondo la tradizione settecentesca del Grand Tour. Per combattere la noia, Jacques promette al padrone di raccontargli alcune delle sue avventure amorose, ma il racconto è continuamente interrotto da avvenimenti esterni, dall’apparizione di nuovi personaggi, da digressioni filosofeggianti che si trasformano in nuovi racconti che a loro volta si trasformano in altre storie, in una scatola cinese con cui l’autore si diverte a mettere alla prova la pazienza del lettore. La trama, la natura di romanzo, è affermata e al contempo irrisa. Alla fine, neanche a dirlo, Jacques non riuscirà a completare il racconto ma qualcos’altro, qualcosa di importante, accadrà lo stesso, a chiudere il cerchio di questa storia non-storia, punto di partenza

Ancora più significativamente inserito dopo il racconto di Jacques su suo fratello, c’è il riferimento a “l’énorme chapeau” (l’enorme cappello) che Jacques usa per ripararsi, a seconda dei casi, dal sole o dalla pioggia. Un riferimento al fatalismo, la sua coperta di Linus spacciata per saggezza? Beh, non è sicuro che fosse nelle intenzioni di Diderot, ma ci può stare.
Il fatalismo, dunque, come rifugio dalle cose inspiegabili della vita: come spiegarsi altrimenti la morte di Jean, quell’uomo buono a cui Jacques era così legato? In altre parole, come spiegare la morte? Semplice: c’è qualcuno, lassù, che scrive sul “grande rotolo” tutto ciò che deve accadere agli uomini, ai quali non resta altra scelta che rassegnarsi e accettare tutto passivamente, con stoicismo. E qui salta all’occhio uno dei tanti punti di contatto con Montaigne, basti pensare all’attenzione quasi ossessiva che l’autore degli Essais riserva al tema della mortalità (uno dei saggi si chiamava, significativamente, Filosofare è imparare a morire). Ed è questo che, in un certo senso, fa Jacques: filosofeggia, impara a prendere la vita (e la morte) con la sua spassosa filosofia spicciola, adotta il fatalismo come stile di vita proprio per rispondere alle domande a cui non c’è risposta. Si chiede a cosa serva ragionare e farsi delle domande per cui non esiste una risposta, e si risponde che oltre un certo grado di conoscenza l’uomo, puntino infinitesimale in un universo grande e misterioso, non può arrivare. E allora tanto vale infilarsi il cappello, andare in taverna col maître e trascorrere l’esistenza in una vitalistica mancanza di certezze che, in definitiva, costituisce il messaggio ultimo di questo romanzo non-romanzo, che una delle più grandi personalità del Secolo dei Lumi ha voluto regalarci.per un numero potenzialmente infinito di altre storie.

Roberto Oliva

 

Da questo articolo è stato tratto il racconto presente nell’altra stanza della sezione: La stanza del professore

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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