venerdì 22 giugno 2018 - 20:48

L’altro figlio – Recensione

 

Jodi Picoult lo ha definito “un esordio esplosivo” e, diciamocelo pure, la Picoult di esordi col botto ne sa certamente qualcosa. “L’altro figlio” è il debutto narrativo e straordinariamente riuscito della scrittrice e produttrice americana Sharon Guskin, pubblicato in Italia nel 2017 da Neri Pozza con la traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani.
E’ innanzitutto un romanzo che mette magistralmente in fila tre grandi enigmi dell’esistenza umana: l’amore, la morte e la possibilità di vivere una seconda vita.
Janie è una mamma single di New York e Noah è suo figlio, frutto di una notte di passione consumatasi sulle spiagge di Trinidad con un perfetto sconosciuto. Noah però non è come tutti gli altri bambini della sua età, ha paura dell’acqua e di notte lo perseguitano terribili incubi; ma la cosa davvero sconvolgente è che ha ricordi di una vita precedente, vissuta in una casa che non è il suo familiare appartamento di New York e in compagnia di “un’altra madre”. Janie crede, invece, che suo figlio sia un bambino prodigio e che le sue stranezze – così come il suo linguaggio insolito – siano la prova di un’intelligenza fuori dal comune. Ne è persuasa fino al giorno in cui Noah confessa alla sua insegnante di scuola materna di aver tenuto la testa sott’acqua fino a perdere i sensi. Janie viene così accusata di negligenza nell’accudimento del bambino e invitata a consultare specialisti al fine di evitare l’intervento dei servizi sociali. L’incontro, quasi forzato, tra lei e lo psichiatra Jerome Anderson apre però la strada ad una nuova e sconvolgente rivelazione.

Quando la morte sopraggiunge in maniera talmente violenta da risultare quasi inspiegabile, allora l’anima può sopravvivere alla vita biologica del corpo che abita? La memoria diverrebbe così l’unico testimone di questo antico scambio tra i corpi. Con una stupefacente limpidezza di immagini – capaci di scuotere anche gli animi meno sensibili – la Guskin riesce a rammendare gli strappi di vite terrene e ultraterrene, incastrate su piani differenti e/o vittime di bug universali.
La storia di Janie e del suo adorato Noah, con gli improvvisi e dovuti cambi di scenario ed i suoi personaggi vividissimi, è la dimostrazione ai massimi livelli che l’amore filiale perdura incondizionatamente nel tempo superando i limiti della vita stessa e rimanendo immutabile negli anni, magari sollecitato dal lavorio infaticabile della memoria, la quale vede il ricordo come ‘atto pratico’ di cui viene fatto – al di là del proprio volere – un continuo esercizio.

Immaginate per un secondo di aprire la porta di casa a un bambino di quattro anni che dice di essere vostro figlio, quello che credevate disperso da qualche parte o peggio ancora morto. Sareste disposti ad aver fede nel fatto che, in un qualche modo inspiegabile, lui sia riuscito a trovare la strada per ritornare da voi?

 

Luca Calò

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Luca Calò

Scrivo // Quando non scrivo, penso a cosa scrivere // Appassionato, sognatore e sperimentatore // Amo le short stories; non serve molto tempo per leggerle, giusto quello che si potrebbe utilizzare per portare fuori il cane o per cambiare colore ai capelli, eppure ti cambiano la vita.

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