martedì 17 luglio 2018 - 09:16

Victoria di Hamsun (attenzione: l’articolo parla d’amore)

 

“No, per favore no”, mi direte, “non vorrai mica parlare d’amore? Che brodo di ceci è mai questo”. E probabilmente chiuderete l’articolo prima di essere arrivati alla fine di questa riga. Ma vi rassicuro subito, non è d’amore che parlerò… almeno non propriamente di questo. Di sicuro non di melensaggini o dell’orgine etimologica di orsacchiottino/a.
È tutta colpa di Hamsun. È lui che ha scritto il romanzo in questione. E meno male che lo ha  scritto aggiungerei, perché è senz’alcun dubbio una pietra miliare della letteratura iperborea della prima metà del ‘900. Si tratta di un romanzo breve intitolato “Victoria”. L’ho ripescato dalla mia libreria rigurgitante. Lo lessi una buona manciata di anni fa e riprenderlo fra le mani è stato molto emozionante… ho risfogliato quella carta d’avorio, setosa e profumata come una lontana mattina piovigginosa.

La protagonista del romanzo è Victoria. Non lo avreste mai detto, vero? È una ragazza abbiente della borghesia norvegese, Johannes invece è il figlio di un macinatore di granaglie. Ovviamente fra i due nascerà del tenero. A dir la verità fin da quando erano bambini c’era qualcosa fra di loro, benché fosse ancora un non-definito sfarfallio nello stomaco. Se mi fermassi qui vi sembrerebbe uno dei soliti romanzi da cui trarre un film iperglicemico, uno della sorta di Harry, ti presento Sally: bello eh, ma diabetico; però continuandone la lettura ci si rende conto che c’è ben altro a parte questo. Walter Benjamin non a caso diceva che Hamsun è un maestro nel creare il personaggio dell’eroe inconsulto e un po’ malandato. In questo romanzo è Johannes; questi vuole diventare uno scrittore ma dovrà sudare parecchio, arrancando e facendo dure scelte. Alla fine, se Dio vuole, ci riesce. Per studiare ha dovuto, ad esempio, dire ciao ciao ai suoi fiordi e alla sua villetta in campagna.

I fuorisede che stanno leggendo questo articolo battano un colpo. Voi, anzi, dovrei dire “noi”, sappiamo bene cosa significhi lasciare il proprio tetto e i propri affetti per andare a studiare fuori. Johannes se non fosse partito avrebbe rischiato di fare il mugnaio come suo padre e il suo sogno sarebbe finito nel pattume assieme all’avanzo di pollo. Eh no, non lo poteva permettere. Trasferirsi in un altro posto – diverso da quello in cui si è vissuti – è un passo niente affatto scontato. Serve fegato, e anche una gran voglia di mettersi in gioco. Non tutti, sia chiaro, hanno questi prerequisiti nel dna; anzi, vi dirò di più, spesso molti non riescono nemmeno a rinunciare ai biscotti fatti in casa dalle loro ‘super-mamme’, sempre angelicamente avvolte in un grembiule con su scritto: “cucinare che passione”. Questo non vuol dire necessariamente che non abbiano fegato eh, magari soltanto che il loro stomaco è più grande. Dico da ultimo che Johannes è un ragazzo come tanti, non un energumeno venuto da “fantasilandia”. Potresti essere tu, cavolo! Sei partito? Hai lasciato casa tua e i biscotti della tua super-mamma? E sei andato in città e tutto questo per diventare qualcuno? Sei un Johannes allora.

Ma Victoria dove è finita? Be’, molto presto il peso della diversità di classe si è fatto canceroso e la ragazza è stata costretta a fidanzarsi con un tenente; Johannes intanto è diventato uno scrittore di successo, scalando così la gerarchia. Poco dopo aver sbarcato il lunario chiede la mano di una ragazza tutta buone maniere di nome Camilla. Insomma, per via di una serie di fatali contrattempi e tante (ma proprio tante) situazioni dinoccolate, Johannes e Victoria non riescono a trovarsi.
Come al solito non vi dirò niente a proposito del finale, ma non posso trattenermi dal dirvi che il tenente tira le cuoia e dall’altra parte Camilla perde la testa per un uomo spuntato dal nulla. Cosa succede poi? Sapete cosa sto per dire: per scoprirlo dovete leggere il libro, proprio così.

Tra Victoria e Johannes c’è un amore compromesso, fradicio di convenzioni. E si sa, qualsiasi intesa reciproca che si lascia vincolare da pregiudizi e condizioni non può resistere. Tante potenziali storie finiscono già sul nascere a causa delle influenze di un qualche potere indebito. Okay, il denaro è importante. Ma ci sono delle cose che non possono essere comprate, lo diceva Lorimer prima di me e probabilmente Gesù Cristo prima di Lorimer. Be’, è così. Il denaro non può mica comprare la complicità di due sguardi, la “dolcezza impulsiva”, il calore epidermico di chi vuole te perché sei te e non un portatore sano di finanze. Ecco perché chi ama davvero lo fa incondizionatamente, senza alcun tipo di barriere o sportelli bancomat nel mezzo. Poi c’è la gelosia che complica le cose; o-mio-dio-no, non parliamo di gelosia. Eppure un po’ ne devo parlare perché un mio amico, giorni fa, mi chiedeva consigli proprio in fatto di gelosia. Ha la sua tipa, e fino a qui tutto normale. Ma quando questa figlioletta vede un amico, lui perde la brocca e inizia a dare in escandescenze. È inutile stare a leggere libri su libri di know-how sull’amore. Se una persona non sa cosa sia la libertà come può pretendere di poter amare? Il padre di Johannes amava suo figlio – ovvio che lo amava – eppure non gli ha certo impedito di partire! Direte, che c’entra? Invece c’entra più di quel che sembra. L’amore è pluriforme, ma ogni sua espressione ha un denominatore in comune: la contemperanza, cioè la coesistenza di due diverse personalità. Quindi due diversità tendono, in modo ineludibile, verso direzioni che sono spesso opposte. Amare è soprattutto comprendere e accettare il mutevole flusso dell’Io.
Tornando nel cuore del romanzo, quando Victoria e Johannes si perdono è perché la prima è fortemente condizionata mentre il secondo è nel bel mezzo di un cambiamento. Forse si sarebbero potuti trovare… come? Accettando il diverso che faceva loro diversi.

I was born, lucky me
in a land that I love
though I am poor, I am free
when I grow I shall fight
for this land I shall die
let her sun never set
Victoria, Victoria, Victoria, ‘toria
Victoria, Victoria, Victoria, toria

I Kinks cantavano così nella prima traccia del loro album “Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire)” pubblicato nel 1969, chiamata per l’appunto Victoria. La canzone non è tratta dal romanzo, se qualcuno se lo stesse chiedendo. Ray Davies e Knut Hamsun non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro, però diamine, non vi sembra che la canzone la possa cantare Johannes riadattandola alla propria esperienza? “Sono nato, fortunatamente/in una terra che amo/pensavo di essere povero, di essere libero una volta cresciuto, avrei dovuto combattere/per questa terra avrei dovuto morire/e non lasciare il suo sole tramontare/Vittoria, Vittoria, Vittoria, Vittoria…”.

Antonello Mortato

 

About The Author

Antonello Mortato

Responsabile categoria READING per Breakoff.it // scrittore & poeta // ama viaggiare e scrivere e/o scrivere viaggiando // nel tempo libero legge, suona la chitarra e si dà alla vita mondana // obiettivo: navigare in sogni illusoriamente irrealizzabili e trasformarli in realtà.

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