venerdì 21 settembre 2018 - 20:39

La stanza del professore

La stanza del professore, immersa nella penombra, puzzava di fumo e cognac. Sul tavolino di vetro di fronte alla tv una bottiglia vuota per metà sovrastava una copia del Misantropo, un’altra tutta sgualcita di Jacques le Fataliste, un Rolling Stone datato dicembre 2015 e la biografia di Edinson Cavani, l’ex centravanti del Napoli. In sottofondo Wild Horses degli Stones riempiva l’aria di malinconia e occasioni mancate, mentre giovani letterine sculettavano sullo schermo della televisione senza volume, unica fonte di luce in tutta la stanza.
Giacomo avanzò lentamente, si schiarì la gola e azzardò un “Permesso?”, ma non arrivò nessuna risposta. Intravedeva i contorni di un corpo seduto sulla poltrona sistemata davanti alla tv, la parte finale della vestaglia verdognola depositarsi dolcemente sul pavimento, ma non riusciva capire se il professore stesse dormendo o se semplicemente non avesse voglia di rispondergli.
Giacomo fece qualche altro passo in direzione della poltrona, e poi il clic di un accendino lo cavò dall’impaccio, risolvendo il suo dubbio: il professore era sveglio, e si era appena acceso l’ultimo toscano della giornata, quello che da anni fumava per dare la buonanotte a se stesso.
Cos’era che, giorno dopo giorno, attirava Giacomo nell’antro di quel vecchietto burbero, aforismatico e in verità un po’ rincoglionito che viveva al piano di sotto, si faceva chiamare “il professore” anche se di mestiere aveva fatto l’impiegato alle poste e si era messo in testa di “insegnargli a ragionare”? Perché quel luogo, che per anni gli aveva creato solo un senso di repulsione, ora lo affascinava tanto? Non lo sapeva, ma era sicuramente qualcosa di molto potente, una curiosità morbosa che lo spingeva a chiedersi cosa si sarebbe inventato quel giorno, contro chi si sarebbe scagliato, quale stramba teoria sull’esistenza umana avrebbe sfoderato per poi rimangiarsela senza pudore qualche ora dopo, affermando divertito di non aver mai sentito una sciocchezza del genere.
Come va, professore?”
Il professore, senza voltarsi, tirò un’ampia boccata dal sigaro, trattenne il fumo in bocca e dopo un po’ lo soffiò lontano, attività che lo tenne occupato per diversi secondi.
Che ci fai qua, Giacomì?”
Giacomo alzò gli occhi al cielo, sicuro di non essere visto. Era stato lui a dirgli di passare dopo cena perché aveva voglia di giocare a scacchi, ma evidentemente se n’era già dimenticato.
Per gli scacchi, no? La partita del dopocena…”
Non mi ricordo di averlo detto. Ma vabbè, ormai stai qua, siediti, no? Che dicevi?”
Ho solo chiesto come va…” ripeté Giacomo, mentre prendeva posto sul divano lì accanto.
Come va… Lo sai che è una domanda che non si deve mai fare, questa? Lo sai che cosa diceva Montaigne?”
Dopo la pensione, il professore aveva sviluppato una vera ossessione per gli scrittori francesi. Giacomo sorrise. Sua madre, morta qualche anno prima, insegnava letteratura francese all’università. “No, non lo so cosa d…”
Senza aspettare che Giacomo finisse la frase, il professore riprese a parlare: “Montaigne diceva che l’essere umano è un soggetto meravigliosamente vano, incerto e ondeggiante. E io, anche se non sembra, sono un essere umano, e ondeggio. Ondeggio come un pazzo, se è per questo. Quindi quello che ero dieci secondi fa, mentre mi facevi la domanda, già non lo sono più. Di conseguenza, procedendo secondo logica, perché sono anche un tipo molto logico, non posso rispondere alla tua domanda. E nemmeno ne ho voglia, se è per questo.”
Quella sera il professore era particolarmente bizzoso, così Giacomo decise di puntare su un argomento meno personale. “Commenti sulle elezioni?”
Una risata bassa e inquietante risuonò in tutta la stanza. “Nessuno.”
No? Ma ne parlano tutti! Niente di niente?”
Niente di niente. Non ne vale la pena, la politica non è una cosa seria.”
Però la satira va bene.”
La satira è l’unica cosa seria della politica” replicò il professore, lasciandosi andare a una smorfia di stizza quando la pubblicità interruppe il ballo delle veline. La scacchiera se ne stava lì, sullo scaffale impolverato nell’oscurità, ma Giacomo non aveva molta voglia di giocare, così non lo propose nemmeno. In realtà era andato lì per parlare di quella cosa, quella che più gli stava a cuore.
Le ultime note di Wild Horses lasciarono il posto a Shine a light. Giacomo buttò lì, a bruciapelo: “Sto sbagliando, con Adele?”
Il professore per la prima volta si voltò verso Giacomo. Aggrottò le sopracciglia, assottigliò lo sguardo come per metterlo meglio a fuoco, e si abbandonò a un pesante sospiro. I suoi occhi erano particolarmente appannati, il destro chiuso quasi per metà, l’effetto collaterale di un’eccessiva razione di cognac. “No, figlio mio, non sbagli. Fai bene. Ormai è finita, devi lasciare la presa.”
Non lo so. Forse posso fare ancora qualcosa. Forse non doveva finire così.”
No, era proprio così che doveva finire invece. Era scritto lassù” replicò l’uomo, alzando lentamente il pollice verso il cielo. Giacomo guardò verso il soffitto. “Lassù dove?”
Nel rotolo” ribatté prontamente il professore, e con la testa fece un cenno verso il tavolino. “Non l’hai letto il libro di Diderot che ti ho consigliato? Non bisogna lamentarsi di quello che succede. Era scritto lassù. Tutto è scritto lassù. Noi non ci possiamo fare niente.”
Che novità è questa?”
Novità? Nessuna novità. Questo è il grande cappello di cui parla Diderot, ed è anche il mio.”
Giacomo rifletté per qualche secondo. Non capiva se il professore pensasse veramente quello che diceva o se non volesse perdere l’occasione di fare una bella citazione e di sfoggiare la sua lettura più recente. “Credevo che Adele ti piacesse. Andavate d’accordo.”
E questo che c’entra? Certo che andiamo d’accordo, è una brava ragazza e mi piace averla come nuora. Vedervi ogni tanto, mangiare insieme. E poi è stata lei la prima a bussare alla mia porta, ti ricordi? Dopo tutti quegli anni… Mi faceva sentire meno solo, ecco. Ma la vita va avanti, no?”
Giacomo rimase in silenzio per un po’, aspettando che il professore aggiungesse qualcosa (qualcosa di saggio e acuto e risolutivo) ma non successe. Forse stava riflettendo.
Giacomo si mise a pensare a quello che aveva appena detto. Poi il professore iniziò a russare, proprio come quando Giacomo era bambino, la domenica pomeriggio, davanti alle trasmissioni sportive. La stessa posizione, lo stesso rumore. Gli era mancato. Gli era mancato lui, durante tutti quegli anni, anche se non glielo aveva mai detto. Era ora di andare.

Roberto Oliva

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Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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