sabato 21 luglio 2018 - 07:58

La Ragione nella Follia: “Il Mistantropo” di Molière


« Dove siamo? Dovunque mi volti, non vedo che dei folli. »

Molière, Les fâcheux

 

Per Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, il 1664 sembra essere l’anno della svolta: già popolarissimo a corte grazie alle prime farse e commedie di enorme successo, in primavera la sua nuova pièce “Le Tartuffe, ou l’Hypocrite” va in scena a Versailles per la prima volta. Il drammaturgo parigino si sente pronto, forte della convinzione che si porta dietro fin dagli esordi, cioè che la commedia non può (e non deve) accontentarsi di parlare solo di corna e gelosia, scappatelle e paturnie amorose; il suo compito è capire cosa non vada nella società, metterlo in ridicolo e cambiarlo attraverso la risata, stimolare la riflessione nel pubblico senza però rinunciare alla sua vocazione comica. Ed è proprio questo che Tartuffe rappresenta, lo sforzo maggiore mai compiuto da Molière in tal senso e la tappa più importante del suo progetto di “nobilitazione del ruolo della commedia”. Ecco. Non l’avesse mai fatto. Scoppia il finimondo: Tartuffe viene considerato uno sfrontato attacco al cattolicesimo e alle sue istituzioni, il suo autore viene accusato di “empietà” e il parroco parigino Roullé, uno che evidentemente non ha mai fatto del senso dell’umorismo il suo punto di forza, descrive più volte Molière come “un demonio travestito da uomo”.

La commedia raccontava la vicenda del borghese Orgon, talmente accecato dall’ammirazione per Tartuffe – figura che assume i tratti del moderno predicatore religioso – da accoglierlo in famiglia e non accorgersi che in realtà lo scopo del “perfetto devoto” è insediarsi in casa sua, rubare il suo denaro e sedurre sua moglie. La commedia tocca un nervo scoperto: far muovere, vestire e parlare un ipocrita come un religioso equivale a dire che ogni religioso è un ipocrita… e questo è meglio non dirlo, soprattutto nella Francia del Classicismo. Il clero fa pressione su Luigi XIV perché vieti la rappresentazione della commedia, e il re, che pure a teatro si era abbastanza divertito, esegue mestamente.
Molière, dopo aver più volte ribadito la propria buona fede (il bersaglio era l’ipocrisia diffusa nell’ambiente religioso e non la religione), inizia a lavorare a nuovi progetti ma la sua fiducia nella capacità dei contemporanei di percepire i messaggi delle sue opere ne esce, diciamo così, un po’ ammaccata.

Le Misanthrope, probabilmente la sua opera più famosa, rappresentata per la prima volta appena due anni dopo, è figlia di questa vicenda.
Innanzitutto, come fa affermare a uno dei personaggi nel primo atto, Molière riconosce che “è una pazzia seconda a nessun’altra pretendere di correggere il mondo”. Questa resa, in realtà, nasconde un attacco ancora più sottile: nei primi lavori di Molière la follia (pur nelle sue diverse accezioni) era un’eccezione isolata a una società del tutto sana e ragionevole, e l’autore ne rideva insieme al suo pubblico; dopo la vicenda di Tartuffe, invece, il drammaturgo trasforma il folle nel suo alter ego e si schiera apertamente dalla sua parte.
Nel Misanthrope, meravigliosa staffetta tra comico e tragico in cui spesso le due dimensioni si sovrappongono, la risata di pancia delle prime commedie diventa un sorriso tirato e nervoso: lo spettatore sa che è la propria vita, la propria frivolezza, a essere rappresentata e messa alla berlina.
Il misantropo Alceste è ossessionato dalla sincerità, non sopporta le convenzioni sociali ed è convinto che tutti i rapporti siano effimeri e vacui, tenuti in vita solo dalla falsità, l’avidità e la stupidità dei suoi contemporanei. Questa convinzione lo ha portato a vivere in una condizione di semi-isolamento, come una penisola: i suoi unici punti di contatto con il mondo sono l’amico Philinte e Célimène, donna bella e frivola di cui si innamora fino a cadere nell’ossessione, passerà metà della commedia a cercare di capire il perché.

La follia di Alceste, sottolineata più volte dagli altri personaggi (anche se per lui non è un problema: “gli uomini mi sono talmente odiosi che non potrei sopportare che mi giudicassero un saggio!”), altro non è che un eccesso di ragione: “la perfetta ragione rifugge dagli estremi, e bisogna essere saggi con moderazione!”, gli fa notare nel memorabile dialogo iniziale Philinte, stremato dalla logica implacabile del misantropo, invitandolo così a essere un po’ meno ragionevole.
Il “folle” diventa dunque l’unico che, in una società di folli, riesce a vedere le cose in modo lucido. E dunque, paradossalmente, l’unico provvisto di raison. In sorprendente controtendenza e in anticipo rispetto al suo tempo, Molière si chiede chi siano i folli e chi i sani, quale sia la linea di demarcazione tra follia e normalità, e facendo sua la lezione di Montaigne afferma che folie e raison non sono opposti ma facce della stessa medaglia. E, soprattutto, non sono categorie fisse ma relative: l’una è la negazione e insieme l’estremo dell’altra, nella tragicomica commedia della vita in cui gli uomini, giorno dopo giorno, sono costretti a recitare.

Roberto Oliva

 

Da questo articolo è stato tratto il racconto presente nell’altra stanza della sezione: La penisola

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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