venerdì 14 dicembre 2018 - 01:49

La prima notte del giudizio – Recensione

La Prima notte del giudizio, quarto episodio del franchising horror-fantascientifico creato da James DeMonaco nel 2013, è il prequel in versione blaxploitation (film realizzati avendo, tendenzialmente, come pubblico di riferimento gli afroamericani) della saga, ed il primo non diretto dal suo autore.

La rottura stilistica e narrativa risulta infatti abbastanza evidente con risultati fondamentalmente negativi. Un inizio molto lento ed approssimativo esplode improvvisamente in un gangster movie che lascia pochissimo spazio alla tensione tipica del thriller-horror, genere del quale dovrebbe far parte il film.

I primi tre capitoli mostravano situazioni e dinamiche tra loro differenti che di volta in volta aggiungevano ulteriori informazioni a ciò che si celava dietro la scelta di istituire il giorno di sfogo annuale apparentemente motivato dalla volontà di diminuire criminalità e disoccupazione. Il tutto lasciando però sempre un aspetto di mistero su ciò che ha scaturito questa grottesca scelta e sulla nascita del regime totalitario organizzato dai cosiddetti “Nuovi Padri Fondatori d’America”.

Un prequel dovrebbe servire a capire meglio come tutto ebbe inizio, ad approfondire aspetti, alle volte surreali, dati per scontati nelle trame precedenti e che fino ad ora venivano spiegati con la semplice logica del futuro distopico che in qualche modo giustifica sempre tutto lasciando carta bianca alla sceneggiatura. Ma qui ciò non avviene ad eccezione per alcuni piccoli e marginali frangenti.

La storia racconta del primo sfogo istituito dai Padri Fondatori, sulla base delle ricette sociopsicologiche della dottoressa May Updale, circoscritto alla comunità di Staten Island: una notte dove ogni crimine, compreso l’omicidio, sarà considerato legale per 12 ore. Il tutto incentivato dal governo che premierà economicamente, in un contesto povero e ad alto tasso di criminalità, chi ne parteciperà attivamente. Due fratelli, Nya e Isaiah, si vorrebbero opporre a tale follia nascondendosi o addirittura aiutando la comunità che si vuole salvare, ma determinate situazioni li catapulteranno all’interno di un inferno artificiale divenendone i protagonisti.

La caratterizzazione dei personaggi è superficiale ed a tratti ridicola, comprendente una sequela infinita di cliché sulla comunità nera americana, ma anche dei tipici personaggi borderline dei film horror: buoni che diventano cattivi e cattivi che diventano buoni senza alcuna logica, personaggi che appaiono sembrando l’elemento chiave del film per poi scomparire due minuti dopo. Per non parlare del personaggio della psicologa, autrice dell’esperimento sociale, dato ad un’attrice del calibro di Marisa Tomei e messo in disparte per quasi tutto il film.

In conclusione La prima notte del giudizio non aggiunge quasi nulla ai capitoli precedenti se non mostrare come è iniziato “burocraticamente” questa annuale ricorrenza e ribadire i motivi speculatori per cui è nata.

Questa saga horror, iniziata con un pretesto molto interessante e portata ad un successo forse insperato, avrebbe potuto avere giusta conclusione con un prequel che sarebbe dovuto essere il più politico degli episodi, quello che dimostrava la logica catartica dello sfogo, che più degli altri analizzava gli aspetti socio-economici che influenzano paure ed insicurezze dei ricchi e dei poveri, invece è semplicemente la riproposizione ricontestualizzata degli episodi precedenti. Un po’ come quando ne I Griffin venne creato lo spin-off The Cleveland Show con protagonista l’amico nero di Peter.

Un’occasione persa per una delle saghe horror più interessanti degli ultimi anni, capace di uscire dalla moda dei film paranormali tendenti a sfruttare solo elementi visivi e d’angoscia (con un non moderato aiuto del jumpscare), improntando la paura sugli aspetti sociali delle persone, sulle incognite quotidiane, sui lati oscuri di individui che non sai mai quanto puoi veramente conoscere.

Alessandro Alberghina

About The Author

Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close