sabato 21 luglio 2018 - 07:55

La penisola

Alfredo e Filippo, Salotto

A: Non mi piacciono i ragazzi, né le ragazze; non mi piacciono gli adulti, né i bambini. Non mi piace chi si diverte né chi si annoia sempre, non mi piacciono quelli alla moda, gli alternativi, l’indie, il pop, gli appassionati di libri, i cinefili e i cinofili. Non mi piacciono i collettivi e le manifestazioni, chi si lamenta e poi non partecipa e neppure chi si lamenta e poi partecipa. E non mi piacciono i manga.

Non mi piacciono le sbarazzine né le morigerate, le studiose né le teste di cazzo, e neanche le simpatiche, paciose e imprevedibili. Gli sbadati e gli ordinati, i ritardatari e i puntuali, quelli proprio non mi piacciono. Non mi piacciono gli astemi né gli alcolizzati, non mi piacciono quelli che bevono un po’ e diventano brilli e si divertono però sanno quando è giusto fermarsi perché una volta sono stati male e da allora mai più. Non mi piacciono le studentesse con lo zaino di tela, gli studenti con la camicia larga e la barbetta incolta, chi fa l’Erasmus e neppure chi non lo fa. Non mi piace chi è diverso da me, né chi mi somiglia. Non mi piacciono gli estremi, né le vie di mezzo. Non mi piace chi sta fermo, né chi si muove. Non mi piace chi è buono,e non mi piace chi è cattivo.”

F: Hai finito? Ho capito, non ti va di uscire, non c’è bisogno di farla tanto lunga. Potevi dire di avere mal di testa, come le persone normali.”

——

Cecilia e Alfredo, Camera da letto

C: Non credo di sbagliare, di fare qualcosa di male. Voglio solo divertirmi ogni tanto, come tutti.
A: Va bene, ho capito. Ma una cosa è divertirsi ogni tanto, un’altra farsi tutta la facoltà di Lettere, se permetti.”
C: Tu sei pazzo, cazzo. Non ce la faccio più. Ci ho provato, sul serio, ma non ci riesco a vivere così. Essere il tuo unico legame con il mondo è troppo faticoso…
A: E… scusa se torno sempre su questo punto, la fatica era tanta che per riposarti hai sentito la necessità di farti tutta la facoltà di Lettere?”
C: Non va bene così, Alfre’. Così non andiamo da nessuna parte.”

——

Alfredo e Filippo, Salotto

F: A proposito, ma con Cecilia? È proprio finita?
A: Non ne parliamo. Ha blaterato qualcosa su una penisola e se l’è data a gambe. Lo vuoi forte, il caffè?
F: No, grazie, lo preferisco leggero.
A: No, mi dispiace, lo faccio forte. Leggero non mi piace.
F: E allora che me lo chiedi a fare? Insomma, non vuoi venire?
A: Ma dove? A fare l’apericena con te e Giacomo e quella banda di disperati degli amici suoi?
F: Disperati? Sono solo persone che cercano di divertirsi…
A: Esatto, hai detto bene. Cercano di divertirsi. Perché sono disperati.
F: E tu invece che cosa sei?
A: Sono disperato anch’io, ma almeno non cerco di divertirmi.
F: Sul serio, si può sapere che hanno che non va?
A: Non so da dove cominciare, onestamente. Ma la cosa peggiore è la tua faccia quando stai con loro…
F: Ma quale faccia?
A: Lo sai. La fai spesso, quella faccia. Quella che metti su quando dici “apericena” o “facciamo serata”, quando giuri amicizia eterna a qualcuno che dopo un paio di settimane non ricordi più come si chiama, quando parli con il professore a cui fai da servo nella remota speranza che ti faccia diventare assistente. Oppure quando fingi di divertirti con Giacomo e i suoi amici solo perché con loro c’è quella ragazzetta che ti vuoi fare.
F: Ma chi, Marisa?
A: Eh. Ci ho parlato per dieci minuti, la settimana scorsa. È stupida come uno gnu che ha battuto la testa.
F: Che palle, parlare con te è come parlare con il muro. Sei troppo estremo.
A: I muri sono estremi?
F: Ma perché devi essere sempre così puntiglioso?
A: E tu perché devi parlare sempre con frasi fatte?”
F: Oh, fanculo.

——

Cecilia e Alfredo, Cucina

C: Non posso più essere il tuo unico tramite con il mondo, mi dispiace.
A: Lo so. È troppo faticoso per te, e troppo doloroso per me. Gli unici che ci guadagnano sono quelli della facoltà di Lettere.
C: La smetti?
A: Ok. Scusa.
C: E quindi?
A: E quindi devi scegliere: o vieni con me, oppure torni sul continente, tanto per continuare con la metafora dell’isola…

——

Alfredo e Filippo, Cucina

F: Credo che il tuo problema sia il cervello. Lo usi troppo, dovresti fare una pausa ogni tanto.
A: Potrei prendere esempio da te, no? Tu ne fai tante, di pause.
F: Senti, io cerco solo di inserirmi, di mantenere una vita sociale. Non credo ci sia qualcosa di male. E se l’alternativa è stare come te, beh, credo di fare la cosa giusta.
A: Perché, io come sto?
F: Solo. E se fossi ricco e famoso ok, passeresti come un eccentrico, ma così sei solo strambo. Ti sei sepolto vivo in questo appartamento e non vedi nessuno oltre me, e la cosa è sinceramente preoccupante.
A: Concordo. Non sei esattamente un bello spettacolo.
F: Ammettilo, è da qualche anno che sei completamente uscito dal mondo.
A: Avrei dovuto farlo molto prima.
F: Lo vedi? Sei uscito anche di testa, secondo me.
A: Bella questa. Ma se sono l’unico, tra le persone che conosci, che ragiona…
F: Forse dovresti rivedere il tuo concetto di ragione. Forse ragionare veramente significa non usarla più di tanto, la ragione. O perlomeno non come la usi tu.
A: Cioè? Ragionare significa non ragionare?
F: Forse sì. Per non rinunciare completamente ad avere una vita.
A: Ma chi la vuole, una vita?
F: È uscito il caffè?
A: Sì. E… Insomma, ho cercato di non farlo troppo forte.

Roberto Oliva

Questo racconto è liberamente ispirato alla commedia “Il Misantropo” di Molière, il cui articolo lo trovate nell’altra stanza di questa rubrica: La Ragione nella Follia: “Il Mistantropo” di Molière.

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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