giovedì 23 Maggio 2019 - 20:34

La paranza dei bambini – Recensione

Ad undici anni di distanza dal Gomorra di Matteo Garrone, che sconvolse il pubblico e mise sotto i riflettori la complessità del sistema camorristico campano, esce La paranza dei bambini quale adattamento cinematografico del best sellers di Roberto Saviano.

Dal brutalismo architettonico delle degradate vele di Scampia si passa ai quartieri popolari cinquecenteschi del centro di Napoli, in particolare all’interno dei Quartieri Spagnoli e del rione Sanità dove vivono un gruppo di ragazzi adolescenti alla ricerca della propria strada. Ma è proprio la strada ciò che viene loro proposto da una società che li divora e rigurgita senza soluzione di continuità. Una strada costellata di armi e droga, di decadimento etico e surrogati di felicità. Se Gomorra era un’indagine sui meccanismi di potere e sulle ramificazioni, anche extraterritoriali, della mafia napoletana, ne La paranza dei bambini il focus si proietta sulla psicologia emotiva dei ragazzi raccolti nella “paranza” dei clan camorristici.

Giovannesi gioca all’interno di un limbo emozionale in cui il bene ed il male si partoriscono vicendevolmente. La genuinità giovanile di Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ e Briatò si accompagna alla ferocia del contesto a cui appartengono. Mostra come i ragazzi della loro generazione oltre ad essere attratti dagli status di benessere che li può innalzare moralmente rispetto ai propri simili, sono anche richiamati dalla volontà di migliorare il loro quartiere, le vite delle loro famiglie e dei loro amici. Il protagonista del film, Nicola, infatti cercherà volontariamente di entrare a far parte della malavita locale in modo da far evitare il pizzo alla propria madre e alle altre persone del quartiere rendendogli migliore la vita anche se attraverso la violenza.

L’ingenuità bambinesca, attratta da vestiti, scarpe, motorini e privè delle discoteche, si unisce ad una innata maturità sociale che li muta nell’alternativa politica locale allo Stato. Una volontà che li porta ad essere i gestori del proprio territorio che, per quanto limitato, è il loro mondo. Nel film infatti non esiste un “fuori” ma solo ciò che è all’interno della loro dimensione. La prospettiva progettuale di un qualunque adolescente è limitata temporalmente, ma nel loro caso anche dimensionalmente. Non c’è una cultura alternativa da coltivare in quanto questi ragazzi vengono completamente investiti dalla fascinazione per defunti boss e soprattutto dalle armi che accarezzano quasi eroticamente, come un qualcosa da curare e dare affetto.

Le riprese in soggettiva scelte da Giovannesi sono perfette per immedesimarsi in questa visione ovattata del mondo nel quale Saviano ci ha immersi tramite i suoi racconti. Non c’è un giudizio nei confronti di questi ragazzi. Non c’è nemmeno la volontà di comprenderli in quanto le loro scelte sono, per certi versi, libere. Semplicemente quei ragazzi potrebbero essere chiunque di noi. La loro realtà è una sorta di universo parallelo dove le cose funzionano in un determinato modo. Il carcere o la morte fanno parte del loro percorso come per gli altri ragazzi lo sono l’università e la pensione.

In conclusione, questa seconda pellicola tratta dai romanzi di Saviano, è una sinfonia dolce amara, parafrasando Richard Ashcroft, in cui la cinematografia di genere si rinnova attraverso un cast di bravissimi principianti al loro primo film. Una storia in cui vengono condensati molteplici aspetti dello scibile umano e dove il gioco dei contrasti tra amore e violenza, innocenza e spietatezza si armonizza all’interno di un’atmosfera sobria senza gli elementi pulp tipici dei Gomorra cinematografici e televisivi.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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