martedì 17 luglio 2018 - 09:17

La mattina di una Bella Giornata: “Ferito a morte” di Raffaele La Capria

Una spigola, un arpione. La Scena, la Grande Occasione, la Cosa Temuta. E poi la penombra, un dormiveglia, un raggio di sole sulla parete che annuncia una Bella Giornata. A questi pochi elementi, sbriciolati con nonchalance in una prosa raffinata e irregolare, viene affidato il compito di introdurre lo spaesato lettore nel romanzo. Da lì, una volta accettata la sfida, questi dovrà cercare di orientarsi da solo e risalire a piccoli passi la corrente, penetrare nel marasma di impressioni e immagini, schegge di ricordi, sentimenti, punti di vista e suggestioni; e alla fine mettere insieme tutti i pezzi dello straordinario puzzle narrativo che è Ferito a morte, Premio Strega del 1961 e opera-simbolo di Raffaele La Capria – scrittore napoletano classe 1922.

Ferito a morte è uno di quei libri che vanno letti più volte, perché ogni volta che lo si legge succede qualcosa di nuovo. Si tratta di una lettura complessa, sorprendente e forse perfino ‘sconvolgente’ per chi è abituato a romanzi dalle strutture lineari e definite, a storie con un inizio, un centro e una fine così anche ad un tempo riconoscibile e scandito. In Ferito a morte il tempo semplicemente non esiste. Oppure, a seconda dei punti di vista, esiste nell’unico modo possibile: in senso frammentario, inafferrabile e irregolare… come la vita stessa. D’altronde, per dirla con Federico Fellini: non è il visionario l’unico realista possibile?

Certo, i temi sono consueti, riassumibili addirittura in poche righe: il tema della partenza innanzitutto, difatti Massimo è un ragazzo che si chiede se lasciare o meno il posto in cui è cresciuto; poi c’è il suo rimpianto per un amore perduto (o meglio mai realizzato) e idealizzato fino a trasfigurarlo nella Grande Occasione Mancata di un’intera vita; la malattia della classe sociale (la “classe digerente” partenopea) , descritta con note di amarezza e a tratti in modo satirico: si parla dei suoi spassosi tic e dei suoi (a tratti pericolosi) vizi.
A questo punto è forse necessario “mettere le mani avanti”: mai come in questo caso cercare di semplificare un’opera si rivela un’operazione inutile,  quasi dannosa per l’opera e ridicola, tenuto conto della sua complessità strutturale e dell’intricata rete di significati sotterranei che ogni personaggio, ogni scena e ogni dialogo portano con sé. E poi, ripensandoci, Ferito a morte non è un solo romanzo, ma come una matrioska si apre a tante piccole storie, contenute l’una dentro l’altra. Ed è ovviamente anche (o soprattutto?) il romanzo di Napoli, la Napoli frivola e mondana della borghesia media e alta degli anni Cinquanta, la città dei gagà e delle chiacchiere nei circoli nautici, dei giri in barca fino a Capo Posillipo o in motoscafo fino a Capri. Una città “tenera e sfacciata”, svampita come le bollicine dello champagne bevuto al “circolo Middleton” di via Caracciolo. Nella Napoli tratteggiata da La Capria non c’è un vero divenire (“tra mille anni e mille anni uguale a questo, oggi è una bella giornata, dirà un raggio sulla parete”): i giorni scorrono non si sa in quale direzione, non si sa perché e dissipare il tempo è attività elevata a forma d’arte. Ed è proprio questo “spreco” (di tempo, di idee, di rapporti umani, di soldi) una delle chiavi di lettura più utili per avvicinarsi a questo testo straordinario, eccezionale declinazione del sentimento della malinconia, quella tristezza che non è tristezza fino in fondo e che a Napoli si chiama appocundria.

I motivi per cui vorrebbe restare Massimo li spiega alla fine del primo capitolo in uno dei passaggi più belli ed emozionanti dell’intero libro: « Perché sei rimasto? Che cosa ancora ti trattiene? E potevo dirgli la cosa assurda? Potevo dirgli: ritrovare uno solo di quei giorni intatto com’era. Ritrovare una mattina, per caso, uscendo con la barca, me stesso al punto di partenza, e rimettere tutto a posto da quel punto ».
Rileggendo queste righe mi viene da pensare che la lettura di Ferito a morte dovrebbe essere vietata a chi ha aspirazioni letterarie, un po’ come le sigarette con i minorenni; oppure bisognerebbe specificare in copertina che è un romanzo spietato, uno di quelli che può stroncare ogni sogno di gloria. E’ difficile immaginare di poter scrivere meglio di così, in modo così semplice e complesso allo stesso tempo, riuscendo ad esprimere tanto e, intanto, lasciando intendere tutto. E d’altra parte questo romanzo offre una lettura che farebbe bene a tutti recuperare: l’arditezza formale, l’andamento ellittico, la spregiudicatezza e la bellezza della prosa, gli azzardati salti temporali, lo scarto tra sogno immaginazione e realtà, il flusso di coscienza, l’alternarsi dei narratori (la prima e la terza persona si danno incessantemente il cambio), la pluralità dei punti di vista. Perché andrebbe recuperata? Perché il panorama letterario di oggigiorno (autori, editori e lettori) sembra accontentarsi di forme consuete e standardizzate e, in verità, anche un po’ ristagnanti. Forse non farebbe male riscoprire la lezione di questo “giovanotto” napoletano di novantacinque anni che riesce, da più di cinquant’anni, ad incantare con questo romanzo un numero impensabile di lettori; Di Capria, inutile a dirlo, sarà per sempre il venticinquenne che sale sulla sua barca e si avvia verso Capo Posillipo durante la mattina di una Bella Giornata.

Roberto Oliva

 

Da questo articolo è stato tratto il racconto presente nell’altra stanza della sezione: Un raggio di sole sulla parete

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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