mercoledì 21 Agosto 2019 - 12:19

La forma dell’acqua (The shape of water) – Recensione

Togliamoci subito il pensiero, The Shape of Water, decimo film di Guillermo del Toro, non è la versione pulp de La Bella e la Bestia. Non è Amelie che, nel suo favoloso mondo, si innamora del mostro della laguna nera. Non è solo una fiaba e non è un semplice film al limite tra fantasy e fantascienza. O meglio, è un po’ di tutto questo ma la cui somma crea qualcosa di assolutamente diverso, coadiuvato da una poetica e una libertà onirica delle immagini senza precedenti. La struttura della trama di base, precisiamo, è delle più classiche e poggia su logiche narrative antiche, dal modello aristotelico alla favolistica nera dei fratelli Grimm. Ma su questa struttura del Toro costruisce un prodotto che indaga lo scibile umano in tutti i suoi molteplici aspetti.

La storia tratta di Elisa (Sally Hawkins), un’addetta alle pulizie, muta, di una base governativa statunitense durante gli anni della guerra fredda tra USA e URSS. Essa si affeziona ad una creatura anfibia portata lì dall’Amazzonia, dove era considerata un Dio, per essere studiata e ottenere informazioni utili nella disputa scientifica con i sovietici.  I suoi unici amici sono la compagna di lavoro, di colore, Zelda (Octavia Spencer) e il suo coinquilino omosessuale Giles (Richard Jenkins), insieme ai quali dovrà lottare per salvare la creatura dal malvagio colonnello Strickland (Michael Shannon).

Evidenti sono i risvolti morali di questa fiaba gotica: dal tema della voglia di rivalsa degli emarginati della società americana, della paura del diverso, fino a quello sulla violenza verso un Dio, o simile, solo perché non sufficientemente ad immagine e somiglianza di quel che crediamo dovrebbe essere. Una società americana impersonificata magnificamente dal villain Strickland che in superficie conduce la classica vita patinata della middle class statunitense con moglie servizievole e figli da spot delle merendine, in una tipica casa da sitcom e che proietta nei propri beni economici il benessere e la superiorità nei confronti del resto della società. Un cattivo (una società) violento e razzista, denigratorio verso i più deboli e che vede nella propria autoaffermazione l’unico scopo di vita.

 

Ma i temi, le citazioni e i simbolismi in questo film si sprecano. Il tema degli opposti e dei contrasti, sangue e poesia, ricchezza e miseria, fragilità e onnipotenza, amore e violenza, bellezza e orrore che si inseguono rivalutandosi e mettendosi continuamente e reciprocamente in discussione.

Bellissima è la descrizione del rapporto tra Elisa e il cinema. Citando Caparezza “La vita è un cinema tanto che taci”, per Elisa quindi la vita è già un cinema che vive quotidianamente con la stessa forza immaginifica con cui gli altri guardano uno schermo.  O la ricorrenza dell’uovo, simbolo di fertilità, ciclicità, rinascita e considerato il contenitore più perfetto in natura. Contenitore di vita, di amore. Per non parlare ovviamente dell’acqua in cui del Toro ci ha sommersi sin dal primo minuto trasportandoci in questo sogno in apnea tramite riprese che fluttuano con una incredibile leggerezza. Questo anche grazie ad una fotografia eccezionale in cui ogni inquadratura è un’opera d’arte che ti trasmette esattamente la sensazione di vivere in un luogo limbo tra vita e sogno.

Tecnicamente poi il film ha una grammatica perfetta. Talmente armonico da risultare quasi un musical senza esserlo. Una sceneggiatura veloce accompagnata da una colonna sonora che scandisce la narrazione con la stessa sinuosità con cui la creatura nuota nell’acqua. Sullo spartito di del Toro infatti ogni elemento (strumento) cinematografico, come il suono della sveglia, le gocce dell’acqua, il timbro del cartellino, svolgono un ruolo fondamentale nel dettare i tempi armonici della pellicola.

La forma dell’acqua è un film che parla di molte più cose di cui una sintetica sinossi può descrivere. Elisa non è una semplice emarginata ma simbolo della vita nel suo infinito ciclo. La creatura, un po’ magica un po’ bestiale, appare in realtà più come un’allegoria dei nostri aspetti che odiamo e che crediamo orribili quando invece puoi scegliere di amarli e renderli divini. Perché il loro valore dipende solo dal contenitore che li contiene. Ed è proprio questa la forma dell’acqua. L’acqua ha la forma del suo contenitore e quella forma gliela diamo noi, siamo noi, con la nostra sensibilità e con la nostra cultura.

In conclusione La forma dell’acqua è un film che davvero ti trasmette il senso del piacere del cinema. Che dà il motivo per cui è nata la settima arte. Ogni senso appagato, ogni emozione suscitata, in endecasillabi di celluloide che danno il loro meglio dentro quelle quattro mura di pannelli fonoassorbenti. In pratica, se non si fosse capito, il film è estremamente consigliato.

 

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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