giovedì 27 Giugno 2019 - 01:04

La faccia nello specchio

La prima volta è successo al negozio, mentre stavo lavorando. Una coppia di giovani se n’era appena andata, a lui non piacevano le scarpe che gli avevo fatto vedere. Ha detto che ci avrebbe pensato su e magari sarebbe ripassato. “Ok” ho detto, e loro sono usciti dal negozio.
Stavo posando la scatola delle scarpe sullo scaffale, quello più in alto, quando a un tratto lo sguardo mi è caduto sullo specchio che teniamo lì vicino. Ho visto la mia faccia, non mi sono riconosciuto.
Che cos’era quell’ammasso informe di carne, peli, buchi, labbra? Ero io? E come potevo essere io, se mi faceva quell’effetto? La cosa mi ha turbato, la scatola stava per cascarmi dalle mani. Mi è venuta voglia di vomitare, così sono andato nella stanza sul retro e ho detto a Giovanna di parlare con i clienti che stavano per entrare.
Forse mi conveniva tornare a casa, prendermi il resto della giornata di riposo. Avrei potuto mangiare qualcosa con calma, stendermi, raccogliere le idee.
Afferrai uno specchio e mi scrutai di nuovo. Come avevo fatto a non accorgermi prima di quanto la mia faccia fosse… così, com’era. Non trovo le parole. Mi ha fatto lo stesso effetto di quando guardi Pyscho e ti rendi conto che la madre di Normam Bates in realtà è Norman Bates.
Quel volto era… estraneo, soprattutto. Avevo voglia che qualcuno lo prendesse a schiaffi, avrei voluto prenderlo io a schiaffi.
Mi grattai la testa, respirai. Stavo sudando, mi faceva male lo stomaco. Magari stavo impazzendo, mi sembrava la spiegazione più plausibile. Ho sempre pensato che prima o poi sarei impazzito, era solo questione di tempo.
È strano: le persone affermano di sapere chi sono, che vogliono, dove vanno, di avere insomma un’idea più o meno definita della loro identità, e poi scopri che non hanno mai guardato il loro viso, la parte del loro corpo più esposta al giudizio altrui. Come si può vivere così, senza sapere come si è fatti?
E allora ci si affida agli specchi. Ma gli specchi sono inaffidabili, secondo me.

Camminavo velocemente, scansavo le persone per un soffio, le fissavo finché non le costringevo ad abbassare lo sguardo. Alcuni di loro erano imbarazzati, altri preoccupati.
Camminavo perché camminavano tutti, era impossibile fermarmi, sarei stato goffo, così, a fermarmi all’improvviso. Avrei voluto picchiare quelli che incontravo, avrei voluto tanto farmi esplodere, lì, proprio in quel punto, e mettere fine a quello strazio.
Continuavo a far seguire un passo a un altro passo, in questa goffa danza che le persone imparano da piccole e usano per spostarsi da un punto a un altro, e non capivo quella rabbia paonazza e gonfia che mi montava dentro come un fiume in piena.
Dopo circa mezzora arrivai al mio appartamento, finalmente. Abito molto lontano dal centro, ma odio i mezzi pubblici.
Entrai nel soggiorno, c’era ancora il suo profumo, insieme a quello acre dei nostri corpi mescolati.
Qualche giorno prima se ne stava stesa lì, sul divano, proprio lì, eccola, dove ora non c’è niente. E mi aspettava. Aveva la fragilità di chi non ha niente addosso e non sta a casa propria.
Ora non resta granché. Solo carne su carne, umidità su umidità, saliva e respiri e sudore, tutto si riduceva a questo. Prima di andarsene mi ha detto che secondo lei ho un’insana passione per il nylon. Forse aveva ragione. Ma dov’era finita, ora? Era bastato questo per farla andare via?
Cucinai in fretta delle porcherie surgelate, scolai tre quarti di una bottiglia di vino.
Ha detto che ci avrebbe pensato su e magari sarebbe ripassato. Il tipo di prima, quello che è entrato nel negozio con la sua ragazza. Quello che voleva comprare le scarpe. Poi non le voleva più.
Mi guardai intorno. Non c’era più niente, le pareti bianche, il tavolino, i collant che mi ha lasciato come premio di consolazione. Tornai sul divano, ascoltai un po’ di musica, psycho killer, qu’est-ce que c’est? Mi tornò la voglia di andare in centro e farmi esplodere, o iniziare a sparare.
Iniziai a rilassarmi, anche se la voglia di vomitare non mi aveva ancora abbandonato, anzi era aumentata per colpa del vino. Era il vino più economico che avevo trovato al supermercato, un vero schifo. Allungai la mano verso il tavolino, afferrai la bottiglia e feci un altro sorso lungo. Per quanto fosse stata una giornata orribile e angosciante, ci stavo quasi prendendo gusto. Perché vivere nel mondo se puoi vivere nella tua testa?
Mi svegliai dopo tre o quattro ore, non avevo mai sentito tanto freddo in vita mia. La stanza intorno era esattamente come l’avevo lasciata. Vedevo il mio petto che si alzava e si abbassava, mi ricordava quelle balene arenate su qualche spiaggia della Nuova Zelanda quando arrivano i giornalisti a fare le fotografie e le interviste ai pescatori. Sentivo l’aria che entrava e usciva dalla mia bocca e dal mio naso, il mio cuore battere, beffardo, imperterrito.

Roberto Oliva

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Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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