venerdì 21 settembre 2018 - 20:41

La borsa


Ma quanto poteva essere bello vivere? Era questo che la signora Carli si chiedeva quel giorno di Pasqua, circondata dall’affetto dei propri cari, mentre mangiava l’agnello al forno con patate cucinato da sua madre. Quanto poteva essere bello?
La signora Carli fece vagare lo sguardo, in verità discretamente annebbiato, dai tre bicchieri di Aglianico buttati giù fino a quel momento, e annuì con convinzione, come se quella conversazione non si stesse svolgendo solo nella sua testa: sì, essere vivi significa essere felici, perché le persone che vedeva intorno a sé le sembravano inequivocabilmente felici.
Gli uomini parlavano di calcio, le donne parlavano degli uomini che parlavano di calcio e di quanto la cosa le disturbasse, oppure di cucina. Andava tutto bene. Eccola, la sua famiglia, riunita secondo le italiche modalità dello stare insieme nei giorni di festa comandati.
Quanto poteva essere bello vivere? Mica glielo avevano detto, che sarebbe stato così bello…
Aveva tutto quello che desiderava: una bella casa, una bella macchina, un bel giardino, una bella colf, un matrimonio felice con un uomo felice. I suoi figli (anche loro felici), ormai grandi, ogni tanto facevano felicemente capolino in casa per salutarla, perché ci tenevano molto a lei, e tenevano al fatto che lei fosse felice. Sì, la vita era una meraviglia, e quelli che se ne lamentavano, no, proprio non riusciva a capirli. Come ci si poteva lamentare, se le cose erano così serene?
E che giornata meravigliosa, era. La signora Carli pensò che avrebbe dovuto pubblicare una storia su Instagram, così almeno quella giornata sarebbe durata un altro po’, e tutti lo avrebbero saputo che stava passando una bella giornata. La signora Carli si voltò e afferrò il cellulare dalla borsa. Meno male che sua figlia le aveva insegnato come fare! Sua figlia, che aveva venticinque anni meno di lei, e che non si faceva vedere da un po’. Non era potuta tornare per le vacanze di Pasqua, troppi impegni a Roma. Che ci vuoi fare, il lavoro, gli amici, il ragazzo. Vabbe’, erano state insieme a Natale. “Pasqua con chi vuoi”, no? Evidentemente questo mese non aveva ancora finito i soldi. Questo pensiero disturbò la signora Carli che si rimproverò per aver pensato una cosa così brutta. Per scacciare quella sensazione si concesse una generosa sorsata di vino rosso, poi si voltò e afferrò la borsetta attaccata allo schienale della sedia. Intorno a lei tutti urlavano le proprie opinioni, la bocca piena e il bicchiere vuoto. Forse doveva farsi un giro fuori, prendere un po’ d’aria. Pensò che sì, lo avrebbe fatto tra un po’.
La signora Carli si sistemò la borsa in grembo, la aprì con cura e si preparò lasciva a immergere le mani al suo interno, un po’ come un sacerdote si prepara a immergere l’ostia nel vino consacrato. Aveva delle belle mani, glielo aveva detto tante volte anche il suo fidanzato del liceo: le sue mani, stando a quanto diceva, erano la cosa di lei che preferiva (in verità la signora Carli ne dubitava tuttora, convinta che lui lo dicesse per galanteria e che, per quanto potessero essere delle belle mani, l’interesse del tipo fosse principalmente riservato alle tette). Peccato però che ora l’inverno le avesse rese rigide, secche, screpolate, e che le lunghe dita affusolate terminassero in unghie irregolari e smangiucchiate. La signora Carli affondò le mani nella borsa e le sentì immediatamente meno rigide. Finalmente al sicuro, come due cuccioli che entrano nella tana della madre dopo una lunga giornata di pericoli. Si voltò verso suo marito, che però era girato dall’altra parte, e al momento stava discutendo dei quarti di Champions con suo fratello. Erano mesi che la signora Carli vedeva solo la sua nuca, perché era sempre girato da un’altra parte. Il suo Giacomo. Cosa avrebbe fatto, senza di lui? Guardò la sua nuca con affetto, perché aveva proprio una bella nuca, una nuca che sembrava felice, e afferrò lo specchietto dalla borsa.
La signora Carli decise di affogare quella sensazione inattesa scolandosi un altro bicchiere di rosso, attenta a non farsi vedere da suo marito che comunque non la stava guardando e che, in verità, al momento lottava per tenere gli occhi aperti. Chissà, magari prima o poi si sarebbe girato. Ma non si poteva mica avere tutto nella vita, no? Era già bello essere lì, vivi, perché essere vivi è essere felici, e loro erano lì, vivi, e stavano vivendo quella giornata meravigliosa che tra un po’ sarebbe finita. Ed era già bello sapere che da un momento all’altro il suo Giacomo avrebbe potuto girarsi.
Quanto poteva essere meraviglioso vivere? La signora Carli si guardò allo specchio e sorrise. Forse non era poi tanto male. E però iniziava a fare leggermente caldo. Il rumore intorno iniziava a sembrarle insostenibile. Aveva bisogno di un po’ d’aria, forse. Magari poteva approfittare della pausa tra le portate per fare una capatina fuori a fumare. Ci avrebbe pensato in un attimo. Avrebbe potuto, certo, ma forse era meglio di no. E poi, a ben vedere, non riusciva ad alzarsi dalla sedia . Nessuno, a quella tavola, sembrava riuscirci.
La signora Carli sentì il cuore che le batteva forte. Odiava quando succedeva. Afferrò di nuovo il cellulare dalla borsa e controllò le notifiche su Facebook, poi su Instagram, poi su Whatsapp, poi su Snapchat. Niente, non era ancora successo niente. Strano. Forse ci voleva una storia, così quella giornata meravigliosa sarebbe durata un altro po’.

Roberto Oliva

Questo racconto è liberamente ispirato al dramma in due atti intitolato “Giorni Felici” di Samuel Beckett, il cui articolo lo trovate nell’altra stanza di questa rubrica: Un altro giorno felice.

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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