lunedì 21 agosto 2017 - 21:25

Jacques Prévert…secondo Giovanni

prevertParoles, capolavoro di Jacques Prévert, esce nel 1946: la guerra è finita da un anno, la disperazione è alle stelle, la Francia è libera. Proprio quando le forme poetiche si contraggono, con l’arte surrealista a fare la parte della padrona – proprio lei, l’anarchica per eccellenza – il mondo conosce Paroles. Parole nuove – mai dette, mai sentite, con una metrica priva di qualsiasi logica e rigore – sconvolgono il panorama letterario. Paroles, semplicemente, per l’autore, che priva di qualsiasi artificio retorico persino il titolo del suo volume, dev’essere dunque vero che la semplicità, come dicono i saggi, è la forma della vera grandezza. Il successo è straordinario: c’è un profumo, nelle pagine di Prévert, capace di raccogliere la strada e i vicoli di una Parigi in fermento. In primo piano, hanno a lungo sostenuto i critici, c’è l’amore. Il desiderio, se è lecito intervenire nel dibattito, infiamma:

Un’arancia sulla tavola
il tuo vestito sul tappeto
e nel mio letto tu
Dolce dono del presente
freschezza della notte
calore della mia vita

(Alicante)

Il genio di Jacques Prévert, tuttavia, non sta né in Alicante né in Questo amore, ormai tragico refrain di ogni coppia di felici innamorati o vago anelito di sognatrici in rovina. Prévert fu cantore d’amore, certo, ma anche di rabbia e disperazione. Anarchico, anticlericale, maledetto alla maniera novecentesca: fu un bohémien sui generis, capace di cogliere la malora del suo tempo.

“Mi chiedete quale buon vento mi porta
sono venuto a piedi e il vento non era buono”

(Il pastorale all’aria – Feuilleton)

Qui, Prévert da voce a un povero disoccupato, affamato e disperato, che si confronta addirittura con il Papa e punta il dito, inveisce. Ha conosciuto Mussolini e il Re d’Italia, che pure speravano in un confronto con Sua Santità: niente da fare, l’ha spuntata lui. È il Prévert più lontano da noi, capace di scrivere in versi per un numero sensazionale di pagine. Non contempla la vaghezza cara agli innamorati, non concede gli scorci cinematografici di Barbara, no. Al contrario, accusa, giustizia l’alta la società con la sua penna, senza pietà. È un Prévert severo, forse noioso, ma indimenticabile.

Oggi, a più di cinquant’anni dall’uscita di Paroles, resta principalmente l’incapacità di raccontare un volume di questa portata. Molto è stato scritto: dalla tentazione esistenzialista alla deriva surrealista. Tutto, all’incirca, è lecito. Quel che più preme, tuttavia, è riportare alla luce il Prévert sommerso, refrattario a qualsiasi catalogazione, né romantico né bohémien. Soltanto Jacques Prévert, il poeta di Paroles.

About The Author

Giovanni Luca Valea

Autore della rubrica "Il vangelo secondo Giovanni" // Ha pubblicato "Canzoni di rabbia, poesie d'amore" con Carmignani Editrice // Lento di professione // Incompreso (per fortuna)

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