martedì 17 ottobre 2017 - 22:48

breitling replica

E se Jacques Prevért fosse…

Jacques Prévert si mise in fila dietro agli altri prigionieri. Era così freddo che non riusciva neppure a fumare la cattiva sigaretta che era riuscito a procurarsi grazie ad un’abile opera diplomatica. Una poesia delle sue per un po’ di tabacco, ecco, a questo servono le parole, a rovinarsi i polmoni, pensava. L’uomo che aveva tra le mani Questo amore, uno dei suoi lavori meglio riusciti, si era innamorato. Probabilmente, ebbe a pensare Prévert, riuscirà a portarsi a letto la sorella della guardia. Lei era bella, gli occhi allungati come un sogno, il corpo magro, le gambe lunghe lunghe e la voce sottile. L’amico non lo sapeva, ma la poesia era per lei. A questo servono le parole, pensò ancora Jacques, a rovinarsi l’anima. Il carcere di Hanoi, nel Vietnam del Nord, era stato costruito per i coloni francesi. Adesso, però, era destinato ai soldati americani che combattevano una delle loro guerre più assurde, nobilitata soltanto dalla morte di ragazzi belli e giovani. Jacques non era né un soldato né un giovane americano. Bello, neppure. Non sapeva come si era trovato da quelle parti, potrebbe essere un sogno, una visione, perdoniamogli questa incertezza, ognuno si trova nel posto che merita. Agli americani, però, non mancava senso dell’umorismo. Avevano ribattezzato con il nome di Hanoi Hilton il carcere di Hỏa Lo, Hilton, proprio come la catena di lussuosi alberghi, come a suggerire che là non si stava male, affatto. La realtà, noi lo sappiamo – loro altrettanto – era assai diversa. Jacques era in fila, vestito come uno zingaro, gli occhi bassi e l’animo in pena.

     -Dove vorreste essere? Gli domandò la guardia

     -Non mi dispiace questo posto, rispose Jacques, mi piace il freddo.

      -Siete un uomo molto valoroso, riconobbe la guardia

      -Sono quello che sono, disse lui.

Era modesto, alle volte, Jacques.

    -Sentite, disse allora la guardia, la sorella del capo vi guarda ogni volta che può.

    -Povera lei, rispose Prévert, i miei compagni sono così giovani e belli, così forti e perduti, meriterebbero un ultimo amore.

    -Vuole voi, signore, è voi che desidera. Scrivete ancora qualcosa per lei e smettete di barattare le poesie con le sigarette, che ci penso io a procurarvi un po’ di tabacco. Scrivete, scrivete!

La guardia gli allungò della carta e una penna nera come la notte sulle montagne. Lo salutò, cordialmente, anche i carcerieri hanno un animo buono, pensate un po’ voi, tenere dietro le sbarre uomini innocenti e colpevoli insieme e, tuttavia, resistere all’odio. Questo è il lavoro delle guardie: resistere alla tentazione dell’odio.
Jacques ruppe la fila: quel giorno, non avrebbe bevuto la consueta brodaglia. Poggiò il foglio sulla parete, respirò a fondo, come se stesse decidendo la propria sorte, poi poggiò la penna sulla carta:

“Tre fiammiferi uno dopo l’altro accesi nella notte…”

Chissà, gentili amici, se la donna potrà guardare il suo viso senza tremare. Noi, dal carcere di Hanoi Hilton, condannati a vivere ancora, crediamo di no.

About The Author

Giovanni Luca Valea

Autore della rubrica "Il vangelo secondo Giovanni" // Ha pubblicato "Canzoni di rabbia, poesie d'amore" con Carmignani Editrice // Lento di professione // Incompreso (per fortuna)

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