giovedì 27 Giugno 2019 - 01:11

Il Ritorno di Mary Poppins – Recensione

Partiamo da un presupposto non troppo scontato. Il vecchio Mary Poppins del ’64 non è stato un semplice film Disney per bambini e famiglie. Ebbe 13 candidature agli Oscar e ne vinse 5, divenendo uno dei film più importanti della storia cinematografica americana. Fu all’avanguardia della tecnica per come risolse tecnicamente effetti visivi e speciali tramite un uso semi perfetto, per l’epoca, dello stop-motion e della commistione delle scene live-action con quelle d’animazione.

 

Altro presupposto di cui va tenuto conto è che anche il secondo romanzo di P. L. Travers, da cui è tratto questo nuovo film, ebbe molto meno successo del precedente. Detto questo, il film di Rob Marshall, con protagonista la tata più amata dai bambini di almeno due generazioni, si può considerare un ottimo prodotto commerciale a cui manca però un po’ di anima. Coerentemente a ciò che succede nel mondo della produzione cinematografica attuale, la volontà preponderante del film è quella di andare a toccare gli animi nostalgici degli spettatori tramite continui rimandi alla vecchia pellicola di cui sembra più un remake che un sequel. Le varie scene che hanno reso iconico il primo film sono riproposte in chiave moderna lievemente modificata. Il riordino della stanza diventa un bagno per lavarsi, il viaggio nel disegno di Bert diventa un viaggio in un altro tipo di arte figurativa e non mancano gli alter-ego visivi delle scene coi balli con gli spazzacamini o il tè sul soffitto.

Manca invece la parte struggente e malinconica, quella che tante lacrime ha fatto scorrere, della signora coi piccioni. In questo caso neanche una corta rivisitazione, a meno di non considerare una breve canzone che Mary Poppins canta ai bambini per rassicurarli di una importante mancanza. Ed è soprattutto in questo che perde di spessore con l’originale. I film Disney, buonisti per antonomasia, hanno sempre avuto anche la parte estremamente cupa e drammatica, proprio per poi enfatizzare maggiormente l’aspetto vittorioso dei buoni sentimenti.

La storia è ambientata nella Londra della Grande depressione. Michael Banks è ormai un uomo adulto che vive coi suoi tre figli, aiutato da una domestica e dalla sorella attivista. Colpiti anche loro dalla grande crisi subiscono il pignoramento della casa fino all’arrivo della donna “praticamente perfetta sotto ogni aspetto”.

Questo Mary Poppins non è un brutto film di per sé, ma mettendosi costantemente in confronto con l’originale, perde continuamente, apparendo quindi peggiore di quanto non sia. Anche sotto l’aspetto tecnico, come ad esempio, nella scena con attori e cartoni insieme. Ovviamente non ci sarebbe paragone (sono passati 50 anni di avanzamenti tecnologici), ma non essendoci nulla di innovativo sembra semplicemente la stessa cosa più patinata, in un passaggio da analogico a digitale che toglie calore ed emozione. Un po’ come vedere la Cappella Sistina dal vivo o il suo ologramma tridimensionale con colori e luci perfette. Quello che manca quindi è l’aspetto romantico, manca la visione personale d’artista. Una soluzione sicuramente migliore, anche se più rischiosa, sarebbe stata quella di discostarsi dallo stile del film del ’64 andando a cercare proposte alternative alla Wes Anderson (Grand Budapest Hotel) o alla Baz Luhrmann (Rome + Juliet, The Great Gatsby).

In conclusione, Il ritorno di Mary Poppins è un film che ti lascia uno strano sapore in bocca. Un buon film, con bravi attori ed una Emily Blunt in un ruolo rischioso ma che ha assolto con eleganza nonostante il fatto che, essendo un sequel, non poteva apportare eccessivi personalismi al suo carattere. Una fotografia che si muove tra i “teal and orange” degli ambiti oscuri ed i colori acidi degli ambiti luminosi. Una ricerca dei costumi attenta ed originale con commistioni contemporanee di alto livello. Ma a livello di storia manca “quel poco di zucchero” per far scendere la pillola dei ricordi del vecchio film.

Un elemento interessante, e che si lega anche alla situazione della nostra società attuale, è la differenza di personalità dei capifamiglia. Austero e preciso il vecchio George Banks, che si mette sulle spalle la famiglia tenendo dentro di sé le frustrazioni ed i problemi che la vita ed il lavoro comportano, sacrificando quelli che, per un uomo del genere, possono sembrare solo futili sogni e desideri. Il figlio Michael invece è un artista, gentile e premuroso ma che non riesce a reggere la pressione che i doveri del capofamiglia implicano. Uomini differenti per società differenti ma che in tutti e due i casi sono alla ricerca del proprio equilibrio emozionale.

Alessandro Alberghina

 

 

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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