giovedì 23 Maggio 2019 - 20:32

Il resto della tua vita

Un ragazzo e una ragazza si siedono su una panchina della villa comunale di un paese di montagna. Sono belli, giovani e felici, e stanno mangiando un gelato: lui al gusto di nocciola, cioccolato e panna montata, lei al limone, perché ci tiene alla linea. Il ragazzo è abbastanza muscoloso, indossa una maglia nera aderente ma scollata che lascia intravedere un tatuaggio sulle spalle – un’aquila, probabilmente. È molto bello, di una bellezza fresca ed estroversa; rivolto verso la sua ragazza, di tanto in tanto le sporca leggermente il naso con la punta della paletta piena di panna, le tira affettuosi buffetti sul volto, si lancia in battute audaci per provocarla. Lei, dal canto suo, appare più calma, più rilassata: gambe placidamente accavallate, schiena appoggiata alla panchina, i capelli castani che cadono docilmente sulle spalle e incorniciano un viso sveglio e sorridente e degli occhiali all’ultima moda. Quando il suo ragazzo le sporca il naso, lei reagisce come ci si aspetterebbe da una fidanzata allegra e giocosa: lo invita a smetterla ridendo, finge di arrabbiarsi, fa delle buffe smorfie, gli tira degli schiaffetti sul braccio.
Al loro fianco, all’estremità opposta della panchina, presenza marginale, errore estetico nel quadretto idilliaco, un uomo dai radi capelli bianchi e dal viso leggermente raggrinzito, con indosso una vecchia polo slabbrata di un viola stinto, se ne sta seduto al limite opposto della panchina, lo sguardo torvo rivolto in avanti e un grosso sigaro tra le dita. Quando ripensa all’usurpazione di cui è appena stato vittima, l’uomo fa un profondo respiro e poi butta fuori l’aria sbuffando rumorosamente, in modo che tutti possano sentirlo. Quella è la sua panchina, lì va a sedersi tutti i giorni dalle undici all’una, a guardare la gente che passa e a chiedersi come mai è andata così, e com’è iniziata. E poi all’improvviso arrivano quei due. Ma quei due già hanno tutto il resto, perché devono prendersi anche la sua panchina?
Beh, mi dispiace deludervi ma qui, in queste pagine, il protagonista non è il ragazzo dalla bellezza fresca ed estroversa, e nemmeno la ragazza dal viso sveglio e sorridente. No, il protagonista sono io. E io sono l’uomo noioso seduto accanto a loro, che fuma un sigaro con lo sguardo torvo rivolto in avanti.
Ma all’inizio non doveva andare così. Oggi è il primo giorno del resto della tua vita. Così mi ero detto. Una bella frase. Oggi è il primo giorno del resto della tua vita.
Andare in pensione, non essere sempre di fretta, prendersi tutto il tempo che si vuole. Ecco com’è iniziata. Rilassarsi, finalmente. Niente più responsabilità, niente più chiamate dall’ufficio, niente più appuntamenti, niente più decisioni. Niente più rotture di palle.
Mi vesto di tutto punto, giacca e cravatta, come quando andavo in ufficio, qualche settimana fa.
I regali, la festicciola organizzata dai colleghi, quello scemo del mio capo che mi dice bravo, i baci e gli abbracci, e poi il vuoto.
Scendo, l’aria è fresca, l’autunno sta per arrivare. Delle nuvole leggere coprono il cielo. Respiro a fondo e inizio a camminare.
Niente più affanni, finalmente. Mi godo la sensazione delle pietroline sotto alle scarpe, il rumore delle foglie accartocciate man mano che avanzo nel viale deserto.
Basta non pensare, e tutto diventa rilassante. Ma come si fa? È metà mattina. Forse mi prendo un aperitivo. Poi leggerò il giornale, e magari passeggerò nel parco.
L’ho già percorso sei volte, da questa mattina. Su e giù. Inizio a odiare questo parco di merda, inizio a sudare, il sole si fa sempre più forte. Per molto meno Meursault ha ucciso un uomo. Ma io non sono Meursault, non sono stato creato da Camus, né da nessun altro. Io sono solo un vecchio.
È mezzogiorno, forse mi conviene tornare a casa. Ma no, la casa è vuota, qui almeno qualcuno ci passa, ogni tanto. E non c’è modo di scappare, di uscire da quello che vedo. Alzo lo sguardo, ma la cosa non migliora: il viale, gli alberi, le foglie, le nuvole, il cielo, il sole pallido. E poi? Non vedo niente più di questo, eppure qualcosa ci deve essere. Il pensiero mi dà angoscia. Oppure forse non c’è niente più, e questo pensiero mi dà quasi più angoscia dell’altro.
Il fiato che diminuisce. Forse sono stanco, forse ho camminato troppo veloce. Mi conviene rallentare. Mi allargo il colletto della camicia. In trappola, di nuovo. Forse mi conviene andare da un’altra parte. E se mi sentissi in trappola anche lì?
È troppo chiedere di godersi il primo giorno di pensione, porco mondo?
Oggi è il primo giorno del resto della tua vita. Una bella frase. Molto positiva, molto americana. E però io non sono americano, io vengo da Montemiletto.
Come si fa, come si fa a godersi il tempo che si ha, senza pensare a quello che si è avuto, senza pensare a quello che non si avrà?
E poi, all’improvviso, tra le foglie degli alberi spunta un piccolo raggio di luce, e sento delle voci provenire dal piccolo campo di calcio al di là dei cespugli. E forse lo seguo, forse le seguo. Forse le seguo.

Roberto Oliva

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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