mercoledì 18 Settembre 2019 - 16:30

Il Re Leone – Recensione

Negli anni ‘50-‘60 nei paesi anglosassoni nacque il movimento della pop-art come critica alla società consumistica moderna che utilizzava soggetti ispirati alla realtà quotidiana riconvertendoli in chiave satirica o citazionistica. L’”upgrade” di questo movimento fu l’iperrealismo, una rappresentazione creativa assolutamente precisa della riproduzione del dato reale percepita dall’occhio dell’artista. Questo movimento ebbe però vita breve per la sua intrinseca impossibilità di evolversi e contestualizzarsi al periodo storico in atto. Un’arte prettamente tecnica che racconta al pubblico la qualità dell’artista che l’ha creata ma non la società di cui fa parte o la critica di un qualcosa invisibile alla sensibilità popolare e, soprattutto, non concede allo spettatore l’opportunità di stimolare l’aspetto immaginifico e fantasioso della propria mente.

Il nuovo remake Disney de Il Re Leone mantiene all’incirca le stesse lacune della corrente artistica statunitense rimanendo fondamentalmente un potenziamento grafico del precedente film teso ad un realismo impuro e troppo condizionato. È erroneamente considerato da molti un live-action del precedente film del 1994, ma nella realtà non esiste alcuna scena girata dal vivo ad esclusione dell’inquadratura di apertura sottolineato dal famosissimo incipit musicale “Nants ingonyama”. La qualità grafica dei milioni di pixel che si moltiplicano ai milioni di frame è impressionante rendendo praticamente impossibile stabilirne l’artificiosità visiva che però va completamente a collidere con la logica da animazione che rende gli animali esseri parlanti, cantanti e con moralità pressoché umane.

Ed è su questa incongruenza creativa che si disfano le fondamenta logiche con cui è stato prodotto questo (nonostante tutto) successo commerciale. Gli animali dei cartoni animati non sono rappresentazioni caricaturali del regno eucariota ma piuttosto delle raffigurazioni antropomorfe delle suddette specie. Si ispirano e citano personaggi ed elementi a noi conosciuti in un contesto metaforico. La mancanza espressiva dei personaggi di Jon Favreau e la mancanza di spunti comico-caricaturali come quello, ad esempio, di far ballare la Hula con un gonnellino ad un suricato, depotenziano il valore espressivo della pellicola. Se la volontà era quella di rimanere all’interno di un purismo realista in stile National Geographic sarebbe stato corretto non dimenticare che le lotte tra belve carnivore finiscono spesso con rilevanti quantità di sangue e che tendenzialmente in nessuna specie vengono evirati dell’apparato genitale. Valutazioni censorie che nel 2019 sono ormai prive di qualunque fondamento educativo.

Quello che rimane è un remake “scena per scena” che non aggiunge assolutamente nulla al precedente capolavoro al di fuori di un paio di battute particolarmente esilaranti. Inalterate le canzoni, eccenzion fatta per qualche taglio obbligato dall’impossibile riproposizione in chiave realistica, che sono ben eseguite dai doppiatori italiani Mengoni e, soprattutto, Elisa che rimangono però carenti nel parlato. Assolutamente perfetti i Timon e Pumba di Leo e Fresi che ravvivano la seconda parte del film mostrando la perfetta sintonia tra i due amici. Rimane, invece, fermo nel suo cliché di voce bella e tenebrosa Luca Ward, che sceglie un tono troppo impostato ed a cui manca quella tenerezza paterna e poetica che invece aveva saputo dare il magistrale Vittorio Gassman nell’originale.    

In conclusione questo nuovo Re Leone si può considerare un film concettualmente insensato ed artisticamente fine a sé stesso ma nello stesso tempo è un prodotto commerciale di altissimo livello che riesce a mantenere la piacevolezza del precedente film intrattenendo quasi due ore senza alcuna sbavatura. Dopo venticinque anni però, sarebbe stato giusto aspettarsi l’inserimento di qualche nuovo messaggio all’interno di una storia basata sul tema della crescita personale, sull’abbandono dell’infanzia per affrontare la realtà del mondo, sul ciclo della vita, l’armonia tra gli esseri viventi e la lotta per il bene dei propri simili oltre i classici valori di amore e amicizia.

Alessandro Alberghina

About The Author

Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close