giovedì 23 Maggio 2019 - 20:32

Il giustiziere della notte – Recensione

Remake del celebre ed iconico film del 1974, con Charles Bronson protagonista, Il Giustiziere della Notte di Eli Roth ricalca il genere “revenge” in chiave politicamente soft. Al contrario dell’originale, il tema della giustizia personale, della sfiducia nelle istituzioni, del facile uso delle armi da parte di dilettanti cittadini viene toccato marginalmente, anche se costantemente, senza però essere incisivo in alcuna maniera.

La storia, un po’ Die Hard un po’ Io vi troverò, segue i moderni stilemi di questo tipo di film senza uscirne fuori, ad eccezione di alcune scene splatter, che forse sono servite a Roth (Hostel, Green Inferno, Cabin fever) per dare una piccola connotazione personale a quella che è, di fatto, la sua prima pellicola di cui non firma la sceneggiatura. Il risultato da questo punto di vista ne risente. Roth è un autore a cui è stato dato in pasto un film fuori dal suo genere ed a cui manca totalmente la sua visione trash e vagamente naif che lo hanno fatto apprezzare od odiare, ma comunque con una forte identità, nelle sue opere passate. Il giustiziere del 2018 invece non ha carattere nonostante sia apprezzabile l’uso della macchina da presa di cui però c’è molto mestiere e poca sostanza narrativa.

 

 

La storia tratta di Paul Kersey (Bruce Willis), un chirurgo abbiente che vive con una bella moglie ed una figlia disciplinata e studiosa in una classica villetta bianca contornata da alberi e pratini all’inglese ed illuminata da giornate di radioso sole. Il classico incipit di una vita oleografica che serve a rendere più rude il contrasto con l’aspetto violento e degenerante che andrà a susseguirsi. Moglie e figlia vengono aggredite nella loro casa in sua assenza e la polizia è inerme di fronte alla moltitudine di piccoli casi a cui non riescono a dare giustizia. Ed è proprio sull’idea di ottenere giustizia che il protagonista deciderà di divenire eroe/antieroe per riportare l’equilibrio in città e nella sua vita. Un chirurgo che di giorno salva vite estraendo i proiettili dai malcapitati e che di notte si trasforma nel Tristo Mietitore che i proiettili invece li spara su criminali e assassini.

Viviamo in un’epoca di remake, reboot e similari dove le idee nuove ormai fanno fatica a concepirsi e l’effetto nostalgico/rassicurante del già sentito o già visto agevola sicuramente il fascino di pellicole che per loro natura aggiungono poco a quanto già creato. Non è sbagliato riportare in auge trame e protagonisti che dopo 40 anni difficilmente possono avere ancora attrattiva nelle nuove generazioni. Sarebbe però giusto pretendere che venissero almeno attualizzati andando anche a migliorare aspetti tecnici forse impossibili ai tempi dell’originale. E non basta citare social, youtube, cellulari e aspetti superficiali del nostro essere contemporaneo. Molto più interessante poteva essere puntare sulle dinamiche delle paure ed insicurezze sociali attuali, dove il concetto di giustizia si ribalta secondo visioni politiche spesso diametralmente opposte.

In conclusione Il giustiziere della notte – Death Wish è un film piacevole che ti intrattiene poco più di un’ora e mezza con una storia che già conosci, anche se non hai visto l’originale, e che vivi nell’attesa di qualche plot twist che purtroppo non arriverà. Una sceneggiatura debole, nata in maniera travagliata nel 2006 con il ruolo di protagonista affidato a Stallone prima e a Liam Neeson poi, che alla fine è nata forzatamente più per motivi di volontà produttive che artistiche. Willis, D’Onofrio e Norris reggono bene e con personalità la scena nonostante una caratterizzazione dei personaggi molto superficiale e poco coerente all’interno della storia.

In pratica un’occasione persa di attualizzare un film che avrebbe avuto molto da dire anche in chiave contemporanea ma per cui non c’è stato sufficiente coraggio, dando priorità a logiche economico-pubblicitarie piuttosto che a valutazioni di ordine creativo-sociologico, che forse avrebbero fruttato meno spettatori nell’immediato ma avrebbe ricompensato il cinema di un film che aveva almeno una cosa in più da dire a 40 anni da quello che fu uno spartiacque del suo genere.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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