mercoledì 20 marzo 2019 - 00:20

Il Corriere, The Mule – Recensione

Alla soglia dei 90 anni Clint Eastwood torna nelle vesti di attore in quello che sarà, probabilmente, il suo lascito in questo ambito, sempre che non decida di ripensarci come fece dopo Gran Torino. Un Clint po’ più rallentato e lievemente ingobbito ma a cui rimane il suo solito sarcastico ghigno e quell’aria di chi ha alle sue spalle quasi un secolo di storia americana vissuta a muso duro senza mai abbassare lo sguardo.

Un’America che Eastwood ha deciso di descrivere in questo film secondo la soggettiva di Earl Stone, un floricultore che ha dato la vita intera per il suo lavoro lasciando però in secondo piano i doveri familiari. Un uomo buono che non ha saputo però gestire il tempo della sua vita. Ed il tempo infatti è un grande protagonista di questo film. Il tempo passato a coltivare fiori che dopo un solo giorno appassiranno, il tempo non dedicato ai propri cari, il tempo che rimane da vivere ma che per quanto misero può essere sufficiente a risollevare le sorti del proprio spirito.

Tratto da un fatto veramente compiuto, la storia inizia mostrando Earl impegnato a ricevere un premio per il proprio lavoro ad una convention cittadina che però lo distrae facendoli dimenticare il matrimonio della figlia Iris. Evento che scardinerà le basi del suo rapporto con la moglie e con la famiglia intera e che lo porterà quindici anni più tardi a ritrovarsi escluso dall’ambito parentale. Inoltre, la deindustrializzazione del Midwest comporterà una crisi economica tale da determinare la chiusura del vivaio e lo costringerà a vendere la propria casa. Rimasto solo col suo vecchio Ford F-100, un pick-up col quale ha attraversato quasi tutti gli Stati Uniti senza mai commettere un’infrazione, viene invitato da uno sconosciuto a diventare il corriere di un cartello di narcotrafficanti messicani. La sua indole rassicurante e socievole assieme al numero di primavere che si mostrano sulle rughe del suo volto lo rendono un insospettabile “mulo” difficile da rintracciare dal dipartimento antidroga.

Il film è un’apologia, talvolta retorica, della semplicità. Una semplicità che si mostra nell’atteggiamento di Earl, sia nell’accettare l’incarico senza troppe domande sia nel suo modo di porsi alla vita. In perenne conflitto con la modernità ed i valori sani che si vanno via via perdendo nei giovani. Una semplicità che sfocia, per sua natura, nella superficialità attirando quindi le inevitabili conseguenze ma che ci viene mostrata senza la presunzione tipica dell’ignorante, quanto della persona che senza troppi filtri dice quello che pensa e pensa quello che dice. Una genuinità dissacrante, di chi parla alle lesbiche come fossero uomini, ai messicani come mangia fagioli e ai negri senza la maschera del politicamente corretto.

Una semplicità che ricalca fedelmente l’animo del film anche nella sceneggiatura. Una sceneggiatura perfettamente lineare, come le strade da percorrere col sottofondo di vecchie canzoni country e che, a differenza di Gran Torino, non ricerca trame che spettacolarizzino l’essenza genuina tramite emotivi pugni allo stomaco.

In conclusione, Il corriere è un film che indaga gli aspetti del mondo di oggi nelle sue contraddizioni e dicotomici valori, a cui siamo, machiavellicamente, costretti a trovare un equilibrio per perseguire i propri obbiettivi. I sogni personali ed i doveri sociali giocano il doppio ruolo di zavorra e carota (nella metafora dell’asino) l’uno per l’altro. Riuscire a mediare è talvolta impossibile e di conseguenza il fallimento, soprattutto per l’ideale americano, è inevitabile.

Clint Eastwood è riuscito a riproporre una storia incredibile instillandoci il suo classico tono repubblicano ma dai valori etici liberali. Manca l’enfasi politica ed eroica dei suoi precedenti film da protagonista ma probabilmente ad una certa età si capisce che l’eroismo non è affrontare effimere avventure lunghe il tempo di un giaggiolo, quanto riuscire a scontrarsi con ciò che la vita ti pone davanti ogni giorno per tutti giorni della propria vita senza mai perdere la propria essenza.

Alessandro Alberghina

About The Author

Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close