sabato 21 luglio 2018 - 07:57

I giorni dell’abbandono – Recensione

L’amore finito non è una condizione eventuale dell’uomo, bensì è la fine di una catarsi, un percorso di estirpazione del dolore, di espianto accurato degli organi immaginari provenienti da un altro corpo che credevi simile al tuo; sono appartenuti a te, e poi non lo sono più da un certo momento della vita in poi. È in questi organi invecchiati che risiede il senso dello scambio affettivo, la percezione e l’illusione di compensazione che l’amore stesso trasmette.
Ne I giorni dell’abbandono dell’enigmatica Elena Ferrante, pubblicato da Edizioni e/o, non c’è altro che questo: un percorso di rinascita, un tracciato attraverso la nebbia del dolore vivo, incarnato in ogni singolo respiro dell’anima.
Olga, moglie ancora giovane, con due bambini e un cane, precipita in un gorgo nero il giorno in cui suo marito decide di lasciarla. Ha un’altra donna lui, più giovane di sua moglie. Per lei va via di casa, si trasferisce nella periferia di Torino, abbracciando totalmente la promessa di felicità che gli regala quel nuovo amore. Da quel momento preciso in poi Olga smette di essere se stessa, la donna sicura che aveva sempre creduto di essere e di apparire agli occhi degli altri. Diventa sboccata, volgare, il prodotto insincero delle sue elucubrazioni, il risultato dei suoi continui rimandi all’amore che ha dato e che ha trattenuto a beneficio di Mario, suo marito. Langue senza freno nelle colpe e nei timori che si attribuiscono le donne abbandonate; si incolpa di non essere stata abbastanza come amante e come madre, assente, poco paziente, sferzata dagli umori incostanti dell’autocommiserazione. Lontana dall’amore e dalla sicurezza che le garantiva Mario, Olga perde le capacità del corpo, anche le più elementari. La prima a sfaldarsi è la memoria, poi di seguito accade la perdita del controllo degli arti, lo smarrimento dei sensi, dei desideri e dei bisogni. Anche i suoi figli subiscono la rabbia della madre ferita, tradita, e di loro Olga perde di vista le necessità. E’ un cataclisma, un precipizio, la celebrazione del proverbiale “vuoto di senso” che Mario accampa come giustificazione della sua infedeltà, ma che paradossalmente è la sola Olga a sperimentare nella sua forma più feroce.
E non c’è niente che trattenga la caduta: non c’è modo di planare sulle cose che cambiano, così come di restare immutati, impassibili. Il romanzo della Ferrante è un flusso inarrestabile di eventi e concause, un bollettino dei giorni svilenti e necessari a guarire dal tradimento, dal disamore che rovina con le sue infiltrazioni. La continua mortificazione della carne esposta al contatto con gli altri, lo spirito che prima si acidifica e poi sana, tutto ciò risulta necessario per tornare a respirare.
Il successo che ha accolto il romanzo lo ha portato ad una trasposizione cinematografica. L’omonima pellicola di Roberto Faenza, del 2005, vanta la performance magistrale e stralunata di Margherita Buy nei panni di Olga e la spalla forte di Luca Zingaretti nella parte di Mario. Film presentato alla Mostra del cinema di Venezia e che fa vincere alla Buy il Globo d’oro speciale per la stampa estera. Ma non solo, nel 2006 è candidato al Nastro d’Argento per la categoria Attore e Attrice protagonista e al David di Donatello per la migliore musica e canzone originale.

Luca Calò

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Luca Calò

Scrivo // Quando non scrivo, penso a cosa scrivere // Appassionato, sognatore e sperimentatore // Amo le short stories; non serve molto tempo per leggerle, giusto quello che si potrebbe utilizzare per portare fuori il cane o per cambiare colore ai capelli, eppure ti cambiano la vita.

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