giovedì 18 aprile 2019 - 21:23

Febbre a 90°

Il 7 maggio 2006, a Londra, si gioca Arsenal-Wigan. Non è una partita di cartello, certo: il Wigan se la sfanga nei bassifondi della classifica, mentre l’Arsenal, storicamente, non è noto per la qualità del suo gioco. Ma si tratta comunque di un incontro speciale: Arsenal-Wigan è l’ultima partita che viene disputata ad Highbury prima della chiusura. Highbury, lo stadio che fin dagli anni ’10 sorgeva nell’omonimo quartiere di Londra Nord e ospitava le partite casalinghe dell’Arsenal prima che la squadra si spostasse in uno stadio più bello, più moderno, grande il doppio, e soprattutto dal nuovo nome, assai meno evocativo, di Emirates Stadium.

Ma si sa, quando si tratta di calcio gli inglesi sanno essere incredibilmente sentimentali: il giorno dell’ultima partita in casa a tutti gli abbonati viene distribuito un libro. E già su questo potrebbero fioccare migliaia delle solite battutine. “Ma come? Vai a distribuire un libro allo stadio? È come regalare a un sordo uno stereo dolby surround nuovo di zecca!” Ho visto persone molto colte e aperte e intelligenti cadere in questo stereotipo. E invece no, niente di più lontano dalla realtà: i tifosi di calcio sono persone sentimentali, molto sentimentali, e il calcio, soprattutto un certo modo di intenderlo, è romantico, è letteratura, è poesia. Come definire altrimenti sessantamila persone che trattengono il fiato insieme per degli attimi che sembrano infiniti, magari all’ultimo minuto, magari proprio nei secondi che il cross sbilenco del terzino sfigato della squadra impiega a essere deviato e a dare vita a una traiettoria impazzita che scavalca il portiere e regala la vittoria alla squadra in questione (magari con la maglia azzurra)? Come definire altrimenti sessantamila persone, ricchi, poveri, belli, brutti, stupidi e intelligenti, atei e credenti, di destra e di sinistra, che per novanta minuti alla settimana diventano una cosa sola, con timori e speranze e brutti ricordi in comune da esorcizzare e bei ricordi in comune da evocare. Perché il calcio è comunione, altro che politica, altro che religione.

E comunque, tornando a quel lontano maggio del 2006, allo stadio di Highbury viene distribuito Fever Pitch, il romanzo-memoriale d’esordio di un certo Nick Hornby, un professore di letteratura inglese delle Home Counties, privo di capelli ma pieno di talento, destinato a diventare una delle voce più note della letteratura inglese contemporanea. Fever Pitch (Febbre a 90’ nell’edizione italiana) è, innanzitutto, un romanzo di formazione: come in una relazione di coppia di oltre 40 anni, la vita del protagonista scorre a fianco di quella della sua squadra, vi si sovrappone e intreccia in mille modi, con la girandola di odio, amore, tenerezza, disprezzo, ossessione e distacco che ne consegue. Come in una seduta di psicanalisi e con l’ironia folgorante che ha sempre contraddistinto la sua narrazione, Hornby ripercorre la sua vita da quel gelido sabato pomeriggio del settembre 1968 in cui mise piede a Highbury per la prima volta: fu suo padre a portarcelo, perché non sapeva in quale altro modo passare il pomeriggio con un bambino di sette anni che aveva appena subito il trauma del divorzio dei genitori. E qui fioccano le interpretazioni possibili: se i gelidi sabato pomeriggio passati insieme ad Highbury non avessero rappresentato l’unica occasione per costruire un rapporto con suo padre, se i suoi non avessero divorziato, sarebbe andata così? Uno stimato professore di letteratura si sarebbe trovato, anni dopo, “a viaggiare da Londra fino a Plymouth un mercoledi, sprecando un prezioso giorno di ferie, per vedere una partita il cui risultato s’era completamente deciso nella partita di andata ad Highbury”? Oppure avrebbe passato una gelida serata di gennaio con lo sportello della macchina aperto ad ascoltare la semifinale di Coppa alla radio, camminando su e giù e fumando una sigaretta dopo l’altra, fino ad arrivare alla vittoria finale con i nervi così a pezzi e talmente intossicato dalla nicotina che non gliene importava più granché? (Chi ha iniziato a tifare prima dell’avvento di Sky sarà d’accordo, “Il calcio alla radio è il calcio ridotto ai minimi termini. Privato dei piaceri estetici del gioco, o del conforto di un pubblico che prova i tuoi stessi sentimenti, o del senso di sicurezza che puoi trarre dal vedere che i tuoi difensori e il tuo portiere sono più o meno dove dovrebbero essere, quello che rimane è paura allo stato puro.”).

Ma, per dirla con Hornby, poco importa: “Se questa teoria del tifo come terapia fa in qualche modo centro, cosa diavolo è sepolto nell’inconscio della gente che va alle partitelle di allenamento del Leyland DAF Trohpy? Forse è meglio non indagare.”

Ed è proprio questo, Alta fedeltà: il libro di quei romantici squilibrati che sono ancora lì, nonostante “tutti quei pareggi per 0-0 con il Newcastle, tutti quei sabato pomeriggio gelidi e noiosi” (o forse proprio per quello: “la condizione naturale del tifoso è l’amara delusione”); persone che non conoscono gli anni, ma solo le stagioni, e “le cui unità di tempo vanno da agosto a maggio. Chiedete a un tifoso qual è l’anno migliore della sua vita, e vi risponderà con quattro cifre recanti nel mezzo un silenzioso trattino, unica concessione al calendario in uso nel resto del mondo occidentale”. Ed è soprattutto il libro di chi, nonostante Dazn e i contratti milionari, i procuratori che fanno il bello e il cattivo tempo e gli sceicchi e la Serie A di domenica a mezzogiorno, continua a vivere il calcio nella dimensione che più gli appartiene, quella di chi “si preoccupa non tanto di dover morire prima o poi, ma di “morire in un punto imprecisato tra agosto e maggio e non sapere come finirà la stagione”.

Roberto Oliva

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Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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