mercoledì 24 Aprile 2019 - 11:04

Dystopia – Megadeth – Recensione

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Devo confessare che tra le mie passioni non figura assolutamente il calcio, né giocato né da spettatore (salvo forse alcuni eventi selezionati). È altrettanto vero, tuttavia, che è molto difficile per me non commuovermi al ricordo di un’infanzia segnata (in tutti i sensi) da alcuni giocatori, vere opere d’arte in corsa; tra queste una, per me la più grande, i cui goal, vivi nella memoria, hanno ancora il potere di farmi piangere di nostalgia.

Proprio di lui ricordo un momento indelebile nella storia del calcio: contro ogni pronostico e speranza, quasi al termine della partita d’andata contro la favorita, segnò la rete del pareggio e con un gesto zittì tutto Camp Nou.

Non voglio essere tacciato di eresia, ma con le dovute differenze è a quella rete che mi ha fatto pensare l’ascolto di Dystopia: non è certo un mistero la qualità oscillante della produzione più recente della band, condita dalla conversione zuccherosa del buon Dave (che non gli ha comunque impedito di rimanere capriccioso sulla formazione); in particolare “Super Collider” aveva segnato un distacco brusco quanto controverso dai canoni del thrash metal e in tanti erano pronti a scommettere sulla morte artistica del rossocrinito frontman.

Invece il nostro si rimette tutto in discussione, a partire dalla formazione (che novità) con l’innesto alla batteria di Chris Adler e alla chitarra del talentuoso Kiko Loureio (Angra docet). Aggiungiamo poi al tutto la migliore copertina dai tempi di “Rust in Peace” e il gioco è fatto.

Non stiamo gridando al nuovo “Peace Sells”, diciamolo subito, ma il ritorno di alcune soluzioni che avevano reso grande la band non può che far piacere. Sin dall’iniziale “The Threat is Real” possiamo notare il recupero di quel thrash tecnico fatto di cambi di tempo, di assoli azzeccati, il tutto inserito in un contesto di canzoni per niente banali, discorso che vale anche per la title-track e per la riuscitissima “Fatal Illusion” o nelle dure “Post American…” e “Foreing Police”.

 11 tracce (13 nell’edizione speciale) sono tante eppure il tutto scorre in modo diretto, per quanto sia difficile poter dire di aver assimilato il tutto a un unico ascolto: proprio  la relativa complessità delle tracce è forse il punto di forza di questo album, certamente il più ispirato da un bel po’ di anni.

Non posso comunque tacere su due difetti che minano la qualità complessiva del lavoro: se infatti possiamo sorvolare sul fatto che non tutte le tracce risultino indimenticabili (e ci sta, che diamine!), non si può proprio accettare una produzione così piatta e priva di espressività, una cosa che in un disco di metal estremo allenta troppo la tensione, privando le tracce della dovuta violenza; per tali motivi aspettiamo le prossime esibizioni live per apprezzare il lavoro encomiabile dei musicisti, in particolare del buon Kiko che ha il merito indiscusso di aver restituito freschezza e dinamicità alla musica della band.

 È però la voce il vero limite di questi Megadeth: Dave non è mai stato un cantante, lo sappiamo bene, ma il suo stato da tonsillite cronica purtroppo non aiuta il tutto  a decollare come meriterebbe. Posso infine dire,  riallacciandomi al ricordo iniziale, che come in quella partita la Fiorentina vinse contro il pregiudizio di chi la dava ampiamente sconfitta ma non potè portare a casa più di un pareggio, lo zio Dave ha assolutamente vinto contro i suoi detrattori, per vincere con la sua storia ne deve fare di strada; per ora rallegriamoci del fatto che l’abbia ritrovata.

In calce piccolo consiglio per i feticisti del gruppo: esiste un’edizione speciale dell’album con incluso un visore per ammirare 5 videoclip dell’album in modalità virtuale (oltre a offrite due tracce in più). Se vi volete divertire considerate che la differenza di prezzo non è poi così grande.

Enrico Spinelli

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