mercoledì 21 Agosto 2019 - 12:27

Dunkirk – Recensione

Dunkirk è il decimo film di Christopher Nolan, il primo a basarsi su fatti realmente accaduti. Siamo infatti nella primavera del 1940 durante la seconda guerra mondiale e le truppe britanniche e parte di quelle francesi sono bloccate tra il Canale della Manica e l’esercito di Hitler, impossibilitate a scappare e difendersi.

Non è il classico film di guerra basato sull’apologia di un eroe o lo spettacolo dei combattimenti. E’ un film che mostra una ritirata e le dinamiche della sopravvivenza, ma anche un episodio storico fondamentale senza il quale gli sviluppi della seconda guerra mondiale sarebbero stati diversi.

Scritto e pensato da Nolan più di 25 anni fa, anche in questa occasione, dopo Memento, Inception e Interstellar, mostra la sua ossessione per il tempo scandendo la trama su tre diverse linee narrative. Terra (una settimana), acqua (un giorno) e aria (un’ora) che si avvicendano sfruttando il cosiddetto effetto palla di neve in un crescendo drammatico e ritmico scandito dalla superlativa, e probabilmente futura vincitrice agli Oscar, colonna sonora di Hans Zimmer.

Il quarto elemento, il fuoco, è stato lasciato invece al nemico che nel film compare solamente sotto forma di proiettili, bombe e missili. Dunkirk è infatti un war movie girato unicamente secondo la soggettiva dei vari protagonisti, nello specifico dalla prospettiva delle truppe britanniche. Una visione claustrofobica con una tensione emotiva mantenuta alta e costante lungo tutti i 106 minuti del film.

Nolan non spettacolarizza la guerra, né fa una sorta di documentario. È un film atipico che non va visto ma vissuto. Il regista inglese crea un film per certi versi iperrealista (prendendo in prestito il termine dalla corrente pittorica degli anni ’60) con immagini in Imax di una nitidezza impressionante che ti avvolgono e immergono dentro la spiaggia, nei cieli fino a farti soffocare dentro l’acqua.

Effetti speciali pratici, riducendo quelli visivi in CGI al minimo, aerei e imbarcazioni storiche reali ed una ricostruzione curata sin nei minimi dettagli. Racconta ad esempio Harry Styles, uno dei protagonisti e cantante dei One Direction, che il primo giorno di riprese il regista lo sgridò perché non si era allacciato gli scarponi nel modo usato dai soldati britannici. Un accuratezza che ricorda Luchino Visconti che riempiva le borsette delle signore del film Il Gattopardo con oggetti d’epoca nonostante questi non venissero nemmeno usati nella scena.

Tecnicamente il film di Nolan è ineccepibile come ultimamente è stato forse solo Mad Max: Fury road. Ma a differenza di quest’ultimo manca di spazio emotivo. Manca quello a cui siamo abituati. La caratterizzazione dei personaggi è volutamente scarna con dialoghi ridotti all’osso assorbiti completamente nella trama.

Il rischio di essere un esercizio di stile per cinefili è forte. Si è quasi più ammirati dalla tecnica che dal racconto. Ci si immedesima più con la regia che al cast, peraltro di tutto rispetto con un Tom Hardy (nuovamente mascherato per l’intero film dopo The Dark Knight Rises e Mad Max) che solo attraverso lo sguardo tiene la scena magnificamente in quella che è, probabilmente, la più interessante delle tre fasi.

In conclusione Dunkirk sarà facilmente annotabile tra i capolavori più innovativi del cinema di guerra ma con un livello di intrattenimento non all’altezza di altri grandi colossal moderni e dei precedenti film di Nolan.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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