venerdì 26 Aprile 2019 - 08:43

Creed II – Recensione

Ottavo capitolo della saga su Rocky Balboa e secondo riguardante lo spin off su Creed, questo nuovo film si proietta pesantemente su binari dagli ambiti drammatici piuttosto che sportivi. Un lieve cambio di rotta che però ha eluso il fortissimo rischio di produrre un fan service senza alcuno spessore e che si cullasse delle riproposizioni tematiche e narrative dei precedenti film.

Creed II infatti non lo si può annoverare come puro intrattenimento a tema sportivo. Non lo erano neanche i primi Rocky ma, a differenza di questi, lo spazio lasciato agli aspetti introspettivi personali dei protagonisti è molto più ampio. Questo ha portato il film ad una lunghezza forse eccessiva, con tratti centrali leggermente lenti e stucchevoli, ma ha anche dato una maggior profondità ai personaggi con i quali è possibile immedesimarsi maggiormente e non vivere la storia come semplici spettatori.

Questa seconda puntata di Creed si lega direttamente alle vicende di Rocky IV, nel quale avvenne lo scontro tra Rocky ed Ivan Drago, un pugile russo dalla forza sovrumana, che aveva ucciso in un precedente incontro l’amico Apollo. Probabilmente il film più iconico e tra i più amati della saga ma allo stesso tempo anche tra i più retorici e sciovinisti, influenzato dall’atmosfera da guerra fredda tra Stati Uniti e URSS e dai valori prettamente reaganiani dell’allora presidente repubblicano.

Adonis Creed viene sfidato da Viktor Drago, figlio di colui che uccise suo padre e che venne poi sconfitto da Rocky perdendo la rispettabilità di tutto il suo paese. Viktor infatti non è solo una montagna di muscoli ma è anche cresciuto nell’odio e nel rancore. Non è più il prodotto di un paese tecnologicamente all’avanguardia ma figlio della sete di vendetta di un padre che deve cercare di riprendersi tutto quello che aveva perso dopo l’incontro con Balboa.

Viktor è un villain fuori dagli schemi, simbolo di come il male non nasca dentro ciascuno di noi ma viene instillato dall’egoismo di una società miope e improntata al profitto economico e di potere. Non da meno è la situazione di Adonis, che appena conquistata la cintura di campione del Mondo dei pesi massimi, si sentirà costretto a dimostrare, ad una società che fagocita anche l’anima, di non essere soltanto il figlio di un celebrato campione o il pupillo di Rocky, ma anche un pugile, un campione, un uomo che la sua storia personale se l’è costruita quotidianamente coi propri sforzi ed il proprio orgoglio.

La sceneggiatura, che torna ad essere scritta da Stallone, scorre fluida ad eccezione di qualche rallentamento nella parte centrale. Stallone è ormai completamente immedesimato nel personaggio a cui evita le sue classiche frasi ad effetto (“Se io posso cambiare, e voi potete cambiare…”), dimostrando un’evidente maturità di scrittura e personale. La colonna sonora è perfettamente bilanciata tra la parte contemporanea in stile hip hop e quella originale della saga ma che nel combattimento finale e negli allenamenti avrebbe potuto essere più “carica”.

 

In conclusione, Creed II è una pellicola che riesce ad amalgamare nuovi ed antichi aspetti in una storia con una grande profondità emotiva. Il plot delle vicende è, più o meno, sempre lo stesso e d’altronde le variabili del gioco sono limitate ed in sette film praticamente tutte già espresse, ma il fatto è che quello che conta non è il risultato finale, vincere o perdere, ma come vinci e come perdi e soprattutto come ci arrivi. E non è un discorso prettamente di titoli e medaglie. Il film mostra infatti come tutti abbiano le proprie battaglie da affrontare, le proprie paure da sconfiggere, i propri demoni da neutralizzare.

Perché in fondo questo è lo sport. Quando guardi un incontro di box, una partita di calcio, od una gara di formula 1, quello che vedi non è solo uno spettacolo sportivo, ma una proiezione di te stesso in un viaggio onirico dove poterti immedesimare con quello che è semplicemente la catarsi di una sfida. E che altro non è che la metafora della vita stessa.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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