mercoledì 19 dicembre 2018 - 06:34

Carver e gli aspetti irrilevanti

Qualche giorno fa, in quel di Porta di Massa, discutevo con un amico. Poesie, racconti, romanzi, biografie, saggi: da cosa deriva la scelta della forma di ciò che ci piace leggere? È una questione di chimica, come quando ci si innamora, oppure dipende dall’influenza che le nostre prime passioni letterarie continuano ad avere su di noi? Beh, a un certo punto è venuto fuori il nome di Carver. Il mio amico, che fino a qualche attimo prima era immerso nella lettura di un articolo sulla politica estera della presidenza Trump, ha detto qualcosa come “Adoro Carver”, e poi, con lo sguardo ancora provato dalla travagliata situazione politica internazionale, ha aggiunto: “È uno scrittore incredibilmente umano”.“Sì, sì, certo, capisco perfettamente”, ho detto, anche se non ero sicuro di aver capito perfettamente. Umano? Umano come?

Confesso di non aver mai avuto una predilezione per la forma breve. Insomma, tutto ciò che non fosse un romanzo mi lasciava perplesso: per quanto possa essere una visione naïf, mi sembrava che, anche se scritto in modo perfetto, un racconto non avesse a disposizione lo spazio materiale necessario a dare al testo quel respiro ampio che somiglia alla vita, una delle caratteristiche che più mi coinvolge della forma lunga. Per questo motivo mi sono approcciato alla lettura di Raymond Carver, uno dei più famosi scrittori di racconti del Novecento, colpevolmente tardi.  Poi, qualche anno fa, su consiglio del mio libraio di fiducia, ho letto Cattedrale. Sulla copertina bianca e sobria c’era l’immagine di un albero in cima a un precipizio, proprio come le esistenze dei personaggi: è incredibile come Carver, in poche pagine, riesca a costruire un intero universo con poche pennellate, agendo per sottrazione invece che per addizione, scomponendo la realtà ai minimi termini, suggerendo invece che svelando, mostrando di quell’universo solo una piccola parte, quella più in vista, quella degli aspetti irrilevanti in Conservazione, per intenderci, il clou è la rottura di un frigorifero. Da qui il malinteso, avvolto nei confortanti abiti del luogo comune: nei racconti di Carver non succede niente. Ma, come tutti i luoghi comuni, c’è del vero: come fa notare Francesco Piccolo nella sua prefazione all’edizione di cui sopra, nei racconti di Carver il presente è vuoto, non succede niente, semplicemente perché tutto è già successo, oppure succederà. E però quel presente che sembra vuoto contiene in potenza tutti gli eventi che accadranno o sono accaduti, le svolte che covano sotto la cenere di avvenimenti del tutto banali e trascurabili.

Quando pubblica Cattedrale, Carver dichiara di aver “svuotato” la sua scrivania, e che quindi ora gli servirà del tempo per ritrovare l’ispirazione e soprattutto la voglia di scrivere. Non a caso, si tratta della sua opera più nota e amata. Le esistenze in malora di alcolizzati, ex alcolizzati, alcolizzati in riabilitazione, operai appena licenziati, uomini violenti con una famiglia distrutta alle spalle, coppie in procinto di separarsi o sull’orlo di una riappacificazione che forse non ci sarà mai, vengono accompagnate da un linguaggio secco, diretto, senza fronzoli, a volte condito dallo spassosissimo humour politicamente scorretto, il tratto distintivo di racconti come Penne o quello che dà il titolo all’opera. I personaggi di Carver affrontano la vita con quella che potrebbe sembrare apatia o freddezza, ma che in realtà è solo un potente senso di estraniamento dalla realtà: guardinghi, passivi, confusi, resi isolati dall’incomunicabilità (non a caso in diversi racconti il momento di massima confusione coincide con l’ascolto di una lingua straniera “mai sentita prima”); guardano la vita senza riuscire a tenere il passo. Altra caratteristica importante: i personaggi di Cattedrale sono fermi. Sono andati da qualche parte o ci andranno, ma nel momento del racconto sono immobili. Come i due abitanti della casa di Chef, piacevole e momentanea oasi di pace in una vita tempestosa, oppure come Sandy e suo marito, disoccupato che da mesi vive sul divano del salotto. Solo Myers, il protagonista de Lo Scompartimento, si muove, ma durante il viaggio già pensa di averne abbastanza. Sta girando l’Europa, ma l’Italia lo ha lasciato insoddisfatto: a Roma si è sentito solo, Venezia lo ha deluso, a Milano si è tappato in camera a guardare una partita di calcio. Ora sta andando a Strasburgo a trovare il figlio, ma nemmeno di questo è così sicuro perché “quelle forze in grado di menomare o rovinare un uomo” sono sempre in agguato, proprio come succede in Una cosa piccola ma buona, il mio preferito della raccolta. Un racconto che all’inizio lascia disorientati ma che nella parte centrale colpisce come un cazzotto allo stomaco e nel finale spiazza con disarmante tenerezza e disperazione. Il tutto detto cercando di non spoilerare, sia chiaro.

Ecco perché Carver è umano. È umano nel senso che dice la verità: la vita, quella vera, è composta per la maggior parte dagli aspetti irrilevanti, non dagli avvenimenti clou, anche se per ovvie ragioni tendiamo a ricordare di più i secondi. Sono umane le esistenze sospese di questi personaggi, il loro smarrimento, la loro quotidianità, i loro momenti vuoti in cui però sta fermentando il futuro, i loro ricordi confusi di vicende che pur essendo passate in realtà sono sempre lì. Carver dice esattamente com’è la vita: vuota e piena, bella e brutta, a tratti indecifrabile, piena di ricordi gradevoli o sgradevoli o anche insignificanti che a volte, chissà perché, riaffiorano. Noiosa e un attimo dopo arricchita da emozioni inaspettate. Come quando un cieco ti chiede di aiutarlo a disegnare una cattedrale.

Roberto Oliva

 

L’immagine raffigurante Carver è stata tratta dal New York Times

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close