mercoledì 21 Agosto 2019 - 12:25

Borg McEnroe – Recensione

Gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura.”

Inizia con questa citazione di Andre Agassi il film di Janus Metz Pedersen, regista danese, che preannuncia in questo modo le modalità con cui andrà a svolgersi la pellicola. Borg McEnroe infatti non è un semplice film sportivo-biografico ma indaga in maniera più profonda le personalità e i demoni di questi due uomini, tanto differenti quanto uguali per molteplici motivi.

La storia racconta i giorni precedenti la grande finale di Wimbledon del 1980 che vedrà scontrarsi i due protagonisti in quello che viene definito il più grande match della storia del tennis. Tramite flashback Metz ripercorre a ritroso la vita di Borg e McEnroe, mostrando i loro primi allenamenti, i loro sogni e le loro paure di adolescenti pieni di talento.

Borg è interpretato dallo svedese Sverrir Gudnason, molto somigliante e bravo a trasmettere le sfumature caratteriali del tennista scandinavo, mentre McEnroe, interpretato da Shia LaBeouf, è meno somigliante mostrandosi eccessivamente acerbo e distante da Borg nonostante i soli 3 anni di differenza.

Di fatto una critica che può essere fatta è questa distinzione eccessiva e voluta a favore di Borg che viene maggiormente caratterizzato e reso più campione di McEnroe di quanto non fosse in realtà. Nella realtà, infatti, l’atleta americano aveva già vinto numerosi tornei ed aveva già incontrato Borg, mentre nel film viene tutto semplificato in una sfida tra il talento emergente ed il campione pluripremiato, un po’ come poteva essere il primo Rocky nella sfida contro Apollo Creed.

Tra i primi riferimenti che possono venire in mente leggendo il soggetto del film c’è sicuramente Rush di Ron Howard, riguardante la disfida tra il meticoloso e tranquillo Lauda e l’irriverente e amante della bella vita Hunt. Ma a parte l’aspetto dicotomico, o apparentemente tale, dei protagonisti però, i due film sono molto diversi tra loro. Sia da un punto di vista registico che nel principio di approfondimento del tema di base. Se Howard approfondisce molto gli aspetti tecnico-sportivi dei due campioni, Metz punta più sui caratteri.

È vero che vengono evidenziati i loro aspetti di gioco, dove McEnroe aveva più classe e stile di un Borg che teneva la racchetta con due mani nel rovescio, ma è soprattutto nel mostrare la loro solitudine di numeri uno, la loro rabbia repressa e non, il riscatto sociale di Borg, l’immedesimazione sognatrice di McEnroe, incanalate in due figure opposte tra loro a cui punta questo lungometraggio di produzione scandinava.

Borg, dipinto come un Cristo esistenzialista, McEnroe invece è un talento puro avvolto in una personalità punk. Due facce diverse di una stessa medaglia che ben si esplica lungo la sceneggiatura di tutto il film in una tensione costante che culmina in un match a cui assistere in apnea.

Una regia sobria, dove spicca il match finale in un montaggio sonoro e visivo fatto di primi piani e silenzi assordanti, che riesce ad esaltare tutti gli aspetti che gli amanti di quella memorabile disfida attendevano vedere. Il tutto in una visione nordica e anti-spettacolare con una fotografia apparentemente analogica e dai colori caldi che riporta agli anni delle prime tv a colori dalle quali i fan hanno visto in diretta il match.

In conclusione Borg McEnroe non è solo un film per esperti di tennis o amanti dello sport in generale. È un biopic su due persone vere che sono riuscite a diventare i più grandi nel loro campo attraversando i problemi e le dinamiche di chiunque, scatenando sul campo tutto quello che vivevano fuori.

 

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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