mercoledì 19 dicembre 2018 - 06:42

Bohemian Rhapsody – Recensione

Rapsodia: composizione strumentale nella quale più temi, quasi sempre di origine popolare, vengono svolti in varie interpretazioni succedentisi in forma libera, investiti di significati epici o destinate a valorizzare un qualche virtuosismo strumentale.

Una rapsodia libera ed anticonformista, ovvero bohemien. Il titolo scelto per questo film rappresenta Freddie Mercury e ne sprigiona tutte le sue caratteristiche, espresse lungo la sua troppo breve vita. Non a caso anche la canzone, dal testo enigmatico e dalla struttura irregolare, rappresenta in maniera molto introspettiva la vita di Freddie.

Prodotto, tra gli altri, da May e Taylor, Bohemian Rhapsody narra la storia dei Queen dalla loro nascita nel 1970 al Live Aid del 1985. Quindici anni dove però il vero protagonista è stato sempre e solo uno, ovvero uno dei performer più estrosi del secolo scorso.

La storia attraversa tutti i momenti più importanti del gruppo, non senza qualche forzatura narrativa ed incongruenza temporale, mostrando ogni correlazione tra il dietro ed il davanti le quinte di ciò che ha reso i Queen uno dei gruppi più amati del rock contemporaneo. Non c’era solo la volontà di essere rock, di essere un mattoncino dell’industria discografica britannica, ma anche precursori artistici e sperimentali di nuovi generi. Un periodo in cui non si rincorrevano i gusti del pubblico ma si tentava di osare qualcosa di mai sentito.

Ovviamente non viene messa in secondo piano la vita privata del musicista di Zanzibar, tra festini con nani e cocaina e della sua precedente relazione con Mary Austin fatta di un amore anch’esso bohemien, ma probabilmente più puro di tante normali storie. Una vita privata inserita non per il gusto del torbido, o per accontentare chi aveva paura di una versione simil-disneyana, ma per mostrare come le opere create fossero sempre in qualche modo legate anche alla sua vita dissoluta.

Tecnicamente apprezzabile, con una fotografia glam, come il rock dei Queen, dove si alternano movimenti di macchina dinamici e basse profondità di campo, che viene accompagnata dalla meravigliosa colonna sonora di Ottman con un mixaggio perfetto, riuscendo a mescolare canzoni d’accompagnamento a quelle di performance senza soluzione di continuità, evitando l’effetto videoclip. Purtroppo scadente invece la CGI durante il concerto del Live Aid che mostra tutti i limiti di budget con cui Singer ha dovuto lavorare.

Bravissimi gli attori, in particolare May e Taylor (interpretati da Gwilym Lee e Ben Hardy), somiglianti e bravissimi nel caratterizzare i costitutori della band. Nota a parte invece per Malek/Mercury. Una prova attoriale memorabile, bravissimo nell’andare a cercare di riproporre Freddie anche nei più piccoli dettagli, ma tra i dentoni, la mascella di gomma, parrucche varie e senza la giusta personalità rock, l’effetto assume quello di un’imitazione in stile Tale e quale show di Raiuno. Era anche il ruolo più difficile ma probabilmente Sacha Baron Cohen, scelto inizialmente, avrebbe saputo aggiungere quella dose di egocentrismo eccentrico che ne avrebbe riproposto l’essenza, ma che è stato anche causa della sua rinuncia ad interpretare il leader dei Queen.

In conclusione, Bohemian Rhapsody è un film che non si annovererà tra i capolavori del cinema, troppo mite, troppo basico ma sicuramente piacevole e buona sintesi rappresentativa di quel che era, sia l’uomo che il musicista Mercury. May, Taylor e Deacon rimangono infatti a cornice della vera “regina” del film rendendolo di fatto un vero e proprio tributo. Una scelta poco sperimentale ma che probabilmente incontrerà il gusto della maggior parte degli spettatori e dei fan. Forse come primo film sul tema può avere una sua logica anche se tradisce i valori e la vera sostanza dei Queen.

 

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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