martedì 17 ottobre 2017 - 22:12

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Blade Runner 2049 – Recensione

Potrei iniziare in modo decisamente banale questa recensione dicendo per esempio che quando si parla di Blade Runner si parla di un cult, di un film che forse più di tutti ha influenzato l’intero panorama cinematografico succeduto al capolavoro di Ridley Scott targato 1982, ma che a tutti gli effetti è e rimarrà per sempre senza tempo. Ma non mi dilungherò in preamboli noiosi e scontati e, per quanto possa essere possibile, non farò paragoni con il suo seguito, oggetto della recensione.

Partirò direttamente togliendomi il pensiero: Blade Runner 2049 è un film potente e meraviglioso. Un grande lungometraggio, una bomba. Questo è certo tanto quanto il fatto che non sia un capolavoro, tantomeno il miglior film del regista canadese Denis Villenueve. Ok, adesso sto molto meglio.

Il film, la cui sceneggiatura è firmata dalla coppia Hampton Fancher – Michael Green, è degno seguito dell’inarrivabile opera del 1982. Lo è nei temi, nell’ambientazione e nello svolgimento. Pare che questo fosse ben chiaro allo stesso regista nonché a Ridley Scott in persona, che lo produce, quasi come se dall’alto avesse voluto mantenere il controllo sul tutto.

Quello che più spiazza e lascia senza fiato, è l’estetica delle immagini. Il lavoro alla fotografia firmata da Roger Deakins (che sicuramente riceverà nomina agli Oscar) e alla scenografia di Dennis Gassner, che laddove è possibile sacrifica sempre il green screen a favore di ambienti reali, è magistrale. Ci si trova di fronte ad ambientazioni post disastro ambientale che inquadrano un mondo mangiato dai rifiuti e dal deserto, tutto è morto, tutto è perduto, tranne l’anima degli uomini, e forse, degli stessi androidi. Agli estremi opposti, l’ordine che regna in quello che è rimasto della vita e della civilizzazione.

La Los Angeles del 2049 abbandona lo sporco e il caos del 2019 a favore di luci psichedeliche, ologrammi pubblicitari ed enormi palazzi che ne definiscono, vista dall’alto, una struttura geometrica perfetta in cui dominano le affollate e vibranti strade nelle quali ormai si trova di tutto, preconfezionato e pronto all’uso. Le strade come vene pulsanti di un enorme organismo che ha trovato nell’organizzazione ossessiva l’unica via per sfuggire alla morte. E organizzazione, rispetto delle regole e ubbidienza sono i codici che stanno alla base dell’architettura mentale dei nuovi modelli di androidi, di cui fa parte L’agente K, Ryan Gosling, che dà il meglio di se (come sempre) interpretando un lobotomizzato automa privo di sentimenti umani, almeno all’apparenza.

Ciò che definisce Gosling come un grande attore è l’eccellente mimica facciale che utilizza centellinando le espressioni di quello che a tutti gli effetti è un androide e non ne ha. E qui, il miracolo, K durante lo svolgimento letteralmente “sbrocca“ talmente si sente coinvolto a livello personale e sentimentale. E allora viene da chiedersi se l’anima e i sentimenti, siano sentori esclusivi degli esseri umani, o se anche quelle che sono a tutti gli effetti macchine costruite, non nate, possano provarli. Questo uno degli interrogativi che si pone il film che, come da tradizione, rimane probabilmente irrisolto.

Il nodo più debole della pellicola è la trama. La sceneggiatura parla forse troppo all’orecchio dello spettatore, che riesce facilmente ad anticipare determinati svolgimenti. In più, al contrario di ciò che accade nel primo capitolo, il tentativo di spiegare fin troppo finisce col lasciare più di un interrogativo, non lasciando però un senso di mistero bensì di incompiutezza a livello narrativo. Questo accade proprio perché priori c’è un tentativo di sciogliere tutti gli enigmi che avvolgono sia questo che il capitolo del 1982.

Ma ciò non può rovinare la visione di un prodotto eccellente da ogni punto di vista che non può che lasciare soddisfatti. Certo l’originale è inarrivabile, sta su un altro pianeta. Ma è proprio per questo che Blade Runner 2049 deve essere letto come un film a se stante, di un’altra epoca, con un pubblico diverso e abituato a determinate ambientazioni. In tutto questo Villenueve riesce alla grande.

Un film a metà tra il noir e lo sci-fi che amplia l’universo creato più di 30 anni fa da Ridley Scott, che ne rende omaggio e cerca altro allo stesso tempo. Un grande film, come le sue città, i suoi paesaggi e i suoi interrogativi sulla vita, sui sentimenti e sull’amore universale. Sia esso tra macchine, tra uomini o un incrocio di entrambi. Come a voler dire che la vita di un corpo, la sua unicità, il suo essere speciale, non sono determinati dalla sua natura, ma dall’amore che esso può dare.

Un plauso al nostro amato Harrison Ford, anello di congiunzione fondamentale tra i due capitoli, ma soprattutto è doveroso rammentare il personaggio interpretato da Ana de Armas.

Se ne volete sapere di più, fatevi un regalo, andate a vedere Blade Runner 2049 al cinema. Andate con qualcuno a cui volete tanto bene, ed insegnateli che anche l’assenza può essere amore. Perché citando cacciatore di replicanti Rick Deckard “A volte se ami una persona, devi diventare un estraneo”.

 

Andrea Vannini

About The Author

Andrea Vannini

Autore della rubrica Recensioni..in so many words per Breakoff.it // organizzatore di eventi // il cinema la sua più grande passione // pessimista galoppante // nel tempo libero alterna MMA, Brazilian Jujitsu e dormite

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