martedì 16 ottobre 2018 - 19:49

Blackkklansman – Recensione

Spike Lee torna al cinema con una commedia di grande impatto politico. Anzi, l’uso dei toni leggeri evidenzia le tematiche gravi riguardanti gli anni dei conflitti per i diritti civili degli anni ‘60 dove i movimenti black urbani (Black Panthers) si scontravano coi movimenti suprematisti razzisti. I temi politici si scontrano con elementi farseschi in un contrasto che toglie la classica magniloquenza del tema “razzismo” ricorrente ed, anzi, letteralmente abusato da Lee di cui forse si è sentito troppo unico e genuino portatore al cinema. Famoso è il suo diverbio con Tarantino con cui ne scaturì una polemica tendenzialmente grottesca.

Con la vera storia del detective Ron Stallworth (un bravissimo John David Washington), Lee gioca con la cinepresa con grande maturità ed un’estetica graffiante. Non manca il suo classico movimento fluido con gli attori posizionati su un carrello o le scene di inizio e fine film nella sua classica fotografia che ne fa dei piccoli corti.

Blakkklansman racconta la vicenda di Ron Stallworth, un ragazzo afroamericano con lo stile e la passione per blaxploitation, che aspira a diventare un detective e riuscirà ad entrare nella polizia di Colorado Springs diventandone il primo agente di colore. Osteggiato da alcuni colleghi verrà comunque sfruttato per infiltrarsi tra i Black Panthers locali prima e nel Ku Klux Klan poi. Ovviamente nel secondo caso solo come mente prendendo in prestito il corpo del suo collega ebreo Flip Zimmerman che andrà materialmente alle riunioni nella diffidenza degli odiatori presenti. Lee, nonostante la raffigurazione parodistica dei membri del KKK, sfottendoli ampiamente nella loro ignoranza, mantiene una tensione da thriller, in stile The Departed di Scorsese, che dimostra quanto i contrasti di caratteri e sentimenti di certi uomini possano provocare risultati devastanti. Mostra come il razzismo non sia solo odio e cattiveria ma inconsapevolezza e non conoscenza di ciò che odi per pregiudizio.

È uno Spike Lee come l’abbiamo sempre conosciuto ma per certi versi più efficace. Usa le parole quanto le immagini per trasmettere il messaggio che c’è ancora molto da lavorare per estirpare certe radici culturali intrise nella mentalità americana e che ora, con la nuova presidenza Trump, sono state rivitalizzate (ma sarebbe proprio più corretto dire concimate). Lee cita Via col vento e Nascita di una Nazione, film che sono stati considerati contributori di stereotipi razzisti o che promuovevano la creazione di gruppi di bianchi antineri, ed inserisce immagini di manifestanti della supremazia bianca riuniti a Charlottesville il 12 agosto del 2017 che coi loro slogan e il loro odio hanno ucciso Heather Heyer, la giovane contromanifestante, a cui il film è dedicato. Ieri come oggi il fuoco dell’intolleranza è di facile propagazione e non può essere abbassata la guardia.

Giocando sulle contrapposizioni Lee inserisce alcuni fotogrammi di pura poesia. Al comizio di Kwame Ture, primo ministro dei Black Panthers, inquadra gli spettatori, rapiti dalle sue parole, su uno sfondo nero eleggendoli a manifesto ed icone di sé stessi ed evidenziandone l’orgoglio della loro bellezza. Coinvolgente è invece la rappresentazione parallela delle due riunioni, quella dei KKK presieduta da David Duke (ritornato ora in auge col governo Trump) assieme a quella del sindacato degli studenti black, in cui un leader nero, interpretato da Harry Belafonte, racconta il linciaggio di Jesse Washington nel 1916.

In conclusione Blakkklansman è un film più potente dei toni leggeri con cui Spike Lee ha deciso di raccontare questa storia. Lee non ha perso la sua rabbia nei confronti di un tema che non smette di essere attuale e lo riesce a fare alleggerendone la retorica che ne può diventare principale disinnesco. Una scelta intelligente in un’epoca dove chi combatte certe battaglie viene considerato élite. Dove la paura è benzina dell’intolleranza e che non puoi combattere con la sola logica di una bella sceneggiatura ma anche attraverso l’emotività di un racconto che sappia anche essere apparentemente disimpegnato.

Alessandro Alberghina

About The Author

Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close