martedì 17 ottobre 2017 - 22:19

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Beppe Fenoglio… secondo Giovanni

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Il partigiano Johnny vede la luce nel 1968, anno di fuoco per la gioventù europea, che la battaglia sia finita con una vittoria è certamente tesi ardua da sostenere, limitiamoci a prenderne atto: mentre a Parigi gli studenti manifestano, Beppe Fenoglio fa uscire il suo capolavoro. Un’opera in ritardo, a voler essere critici, se non fosse che l’autore, in vita, non era riuscito a pubblicarlo, quasi rinunciandovi. Certamente, quindi, la data di pubblicazione è casuale, dovuta com’è ad una scelta dei curatori, alla pari del titolo, Il partigiano Johnny. Lo stesso corpo del romanzo, poi, è figlio di due diverse stesure di Fenoglio. Nella prima, divisa in capitoli, lo scrittore cominciava dal capitolo decimosesto, raccontando l’iniziazione di Johnny. Lo stile, poi, era straordinariamente complesso, in quella mescolanza di italiano e inglese – poi ribattezzato fenglese – che tanto scosse la critica. La seconda stesura, invece, era ripartita in blocchi più vasti: vi si narrava l’esperienza di Johnny nei partigiani rossi, ossia di estrazione comunista, sorvolava sugli episodi contenuti nella prima versione e lasciava intravedere, sul finire, la morte del personaggio.

I curatori, quindi, scelsero – con un saggio colpo di mano – di affidarsi soprattutto alla seconda stesura, preferendo cogliere soltanto i capitoli iniziali della prima.

Quel che è stato è stato, gentili lettori, cerchiamo di apprezzare ciò che abbiamo di fronte, il consiglio potrebbe valere per questa storia come per qualunque altra e, senza paura, addentriamoci nel romanzo.

Il partigiano Johnny è la Storia della Resistenza italiana, quella Resistenza vissuta dal protagonista senza ricami, quasi godendo della privazioni care alla vita militare: Johnny è forte, veloce, sa sparare. Potrebbe persino essere affascinante, con quell’amore desueto per la letteratura inglese, dal quale deriva il nome da battaglia, Johnny. Non tutto è semplice, niente è immediato: dal primitivo amore per i partigiani dal fazzoletto rosso si passa a quello meno passionale ma più sereno per i fratelli azzurri, di estrazione liberale.
Azioni militari, scambi tra prigionieri non riusciti, poi la fine di Johnny, che Fenoglio nasconde, non dice, non rivela ma lascia intuire senza finzione alcuna.

« E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno. »
(Il partigiano Johnny, edizione Einaudi, pag. 392)

È una delle frasi più famose de Il partigiano Johnny, giudicate voi se a torto o a ragione, che certamente il romanzo merita in ogni sua parte, a cominciare da quella commistione tra italiano e inglese che mai, prima d’allora, si era veduta. Eppure, qui, ancora gentili e sempre più stimati lettori, è possibile guardare con lucidità a tutta la questione, volendo citare ancora Fenoglio: Johnny è un eroe, un uomo puro, pazienza se morirà, che ne resti uno è ben più importante, che il Paese sia libero.

Altro non conta.

Giovanni Luca Valea

About The Author

Giovanni Luca Valea

Autore della rubrica "Il vangelo secondo Giovanni" // Ha pubblicato "Canzoni di rabbia, poesie d'amore" con Carmignani Editrice // Lento di professione // Incompreso (per fortuna)

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