mercoledì 26 Giugno 2019 - 19:04

Battle Cry – Judas Priest – Recensione

JudasPriest

 

JUDAS PRIEST BATTLE CRY

Ragione e Sentimento

 

CAPTATIO BENEVOLENTIAE

Quando ci si confronta con la storia la paura è sempre tanta. La paura di far prevalere i propri sentimenti, di urtare i sentimenti altrui o di risultare troppo spietati o troppo permissivi,  appoggiandosi alle solide basi del valore e della memoria, oltre a un patriottico senso di appartenenza.

Per tutte queste ragioni si fa molta fatica a bilanciare ragione e sentimento nella valutazione di un particolare evento e, nel nostro caso, di un lavoro di una certa caratura, almeno sulla carta. Quel che segue non è solo il resoconto dell’ascolto accurato del nuovo live dei Judas Priest ma vuole essere soprattutto una riflessione spietata quanto sentita e ragionata sul contrasto pesante tra valore della memoria e l’inesorabile trascorrere del tempo che, come riportato in un mirabile capitolo de “Lo Hobbit”, tutto consuma.

SENTIMENTO

Volete sapere una cosa? A me le reunion piacciono da morire! E degli intenti commerciali o amenità varie mi importa poco e nulla. Sono stato felicissimo del ritorno di Piero Perù nei Litfiba, del ricompattarsi degli inossidabili Maiden (per quanto abbia cominciato ad ascoltarli già riuniti) e ancora oggi non dispero nel ritorno dei Sepoltura storici (sempre che tale reunion non si concretizzi in un “Roots II”, per carità) e nel recupero DEL gruppo power metal per eccellenza, gli Helloween di Kiske e Hansen (oddio, piango al solo pensiero).

Tutto questo per farvi capire quanto sia sentimentale e abbocchi  facilmente a queste operazioni come un bambino al bordo di una torta. Ovvio che non abbia saputo resistere al tempo al ritorno dietro al microfono dei mitici Priest dell’altrettanto mitico Rob Halford, così come ho apprezzato profondamente la concretizzazione di tutto ciò, ovvero l’ottimo “Angel Of Retribution”.  Ascolto dopo ascolto sono riuscito a farmi andar bene persino quel concentrato di prolissità chiamato “Nostradamus” (magari ne parleremo in futuro). All’uscita però di “Redeemer Of Souls” non ce l’ho fatta proprio più a trovare appigli di salvezza, se non una manciata di tracce riuscite e salvate dall’irrecuperabile limite che affligge questa band, proprio quel limite che tanto mi aveva fatto gioire al tempo. Ma proprio per questo devo lasciare spazio alla ragione, unico veicolo per un briciolo di obiettività.

RAGIONE

La cornice di Wacken è indubbiamente lo scenario ideale per ogni band che si rispetti, classica o moderna che sia (pensate ad esempio al magnifico live recente di Alice Cooper) e certamente la maggior parte delle formazioni che oggi ne fanno la fortuna devono tanto, tantissimo, alla storia scritta dai Judas Priest.

Giusto tributo risulta il loro ruolo di headliner a una manifestazione tanto importante così come il calore loro riservato da una folla in metallosa (avete accettato petaloso quindi non fatemi storie) adorazione. I nostri, dal canto loro, decidono di imbastire una scaletta piuttosto bilanciata tra classici e ripescaggi, con un quinto dell’esibizione riservato all’ultimo album, scelta piuttosto ardita tutto considerato.

I tre pezzi scelti come rappresentanza (“Dragonaut”, la title-track e “Halls To Valhalla”, già si segnala la mancanza del vero gioiello dell’album, “Sword Of Damocles”) se da un lato suonano indubbiamente meglio che su album dall’altro confermano il pessimo stato vocale di Rob Halford, almeno per quanto riguarda le parti più tirate ed alte: il nostro infatti, pur con tutto l’impegno che gli riconosco umilmente, non riesce a sostenere i momenti acuti da sempre fortuna e gloria della proposta dei Judas. E non si tratta di un problema da metà concerto o da bis, ma già dall’inizio (sentire la sempre splendida Metal Gods e poi ne possiamo riparlare). Già mi fischiano le orecchie al pensiero delle tante infamante che mi lanceranno i fedelissimi e i soliti discorsi di circostanza, tipo “alla sua età non puoi pretendere che ce la faccia, con la storia si chiude un occhio”. Lungi da me discutere su questo, ma perché allora scegliere di eseguire un pezzo come “Devil’s Child”, dal ritornello iperacuto (non scherzo, sembra di sentire il cantante degli AC/DC, e non è un complimento)? Lo stesso problema che a suo tempo segnalai  per l’ultima fatica in studio si riversa prepotente in questo lavoro. E dire che il buon Rob conserva ancora una vera interpretativa invidiabile, cosa evidentissima  nell’eterna “Victim Of Changes”. La seconda metà dell’esibizione va decisamente meglio, ma va detto per onestà che il buon singer rischia il giusto, lasciando infatti cantare il ritornello al pubblico: così grandi classici come “Breaking The Law” (senza acuto centrale, ringraziamo), “Hell Bent For Leather” e “You Got Another Thing Coming” scorrono piacevoli regalando all’ascoltatore i consueti brividi e le buone emozioni che non invecchiano mai. E tutto questo sarebbe la chiusura tutto sommato accettabile per uno show altalenante, se non fosse per il bis…

Richiesta a gran voce dalla folla ecco infatti irrompere “Painkiller”! Non credo di dover spiegare a chi legge cosa rappresenti questa vera e propria rasoiata nei denti, capace di mettere d’accordo estremisti e classicisti del metal; purtroppo, complici le ultime esibizioni, il brano è passato da classico a “Vediamo se Halford ce la fa”. E ahimè il nostro non ce la fa. Come già sentito nel precedente live ”Touch Of Evil” il buon cantante, nel tentativo di restituire tutta la cattiveria del pezzo, si ritrova a cantare con la voce più strozzata e afona che si possa immaginare, crollando miseramente sul ritornello, e niente possono i sempre eccellenti musicisti che svolgono dignitosamente il loro lavoro. E così un evergreen di rara potenza si riduce a rango di parodia. Ora tutto è davvero finito ma l’amarezza per un finale tanto ingiusto rimane e difficilmente si stacca dal cuore.

BILANCIO

Ragione o sentimento? Vi dico la personale verità: nessuno può sorprendersi se un singer di razza come Ian Gillan non esegue tutte le sere “Highway Star” e se ha salutato da un pezzo “Child In Time”. Tutto questo per dire che nessuno dovrebbe pretendere da un cantante del calibro di Rob Halford una prestazione che non sia in grado di sostenere. Lo so che i classici sono classici e alcune forzature nell’esecuzione si possono tranquillamente accettare, ma là dove si impone una scelta è mio parere che tale scelta debba favorire la prestazione vocale e la dignità di chi mette la faccia per non cedere alla soluzione facile del playback. E non sto dicendo che Rob Halford sia pronto per la pensione, anzi, ma ritengo che si debba fare una scelta stilistica atta a favorire i suoi limiti: ascoltate per credere il bonus cd di “Redeemer Of Souls”, in certi momenti addirittura superiore alle tracce ordinarie. Il buon Rob ha ancora tanta espressività e un carico emotivo tutt’altro che secondario, ma per gli acuti, perdonatemi, il tempo è scaduto. E il Dio del Metallo sa quanto mi pesa dirlo.

Enrico Spinelli

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1 Comment

  1. MicheleJaggerFranco

    Voglio vedere te alla sua età se riesci a cantare come lui. Senti Painkiller del 2008 live in Gaspop e senti questa e poi ne riparliamo.Qui si è molto ripreso rispetto a quell’anno. Poi ovvio se lo paragoni ai tempi d’oro è normale sia calato.

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