martedì 17 ottobre 2017 - 22:14

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Baby Driver – Recensione

Una rapina, la fuga, un’auto che sfreccia nel traffico sulle note di Bellbottoms dei Blues Explosion nel completo silenzio dei protagonisti. Iniziano così i primi 6 minuti dell’ultimo lavoro scritto e diretto da Edgar Wright.

Un concentrato adrenalinico di generi cinematografici che con una sapiente e curata regia si amalgamano alla perfezione tra loro sovrapponendosi con limitate gerarchie: dall’action al sentimentale, dalla commedia al pulp, dal poliziesco al musical.

Baby driver è la storia di Baby (Ansel Elgort), un ragazzo affetto da acufene con un passato triste e tormentato che si prende cura del proprio patrigno invalido e che è innamorato della dolce cameriera Deborah (Lily James). Una persona buona ma anche un genio silenzioso della fuga in auto, assoldato da un misterioso boss a cui deve ripagare un debito passato.

La trama non è tra le più originali di Hollywood (vedi The Driver con Ryan O’Neal o il più recente Drive con Ryan Gosling) ma la caratterizzazione dei personaggi è molto approfondita dove il bene e il male, i buoni e i cattivi si mescolano fluidamente in un montaggio veloce ma che non lascia nulla di irrisolto.

Baby, è un ragazzo che tenta di isolarsi dal mondo che lo circonda dietro ai silenzi della sua voce, agli occhiali da sole ed alle sue cuffiette, e che cerca di rimarginare le cicatrici sul suo volto attraverso spericolati inseguimenti al ritmo delle musiche del suo iPod. Una maschera forzata che usa nel tentativo di recuperare ciò che ha perso da bambino tramite quello che si può definire una coazione a ripetere dell’inconscio. Riesce perciò, nonostante le poche battute e l’inespressività del volto, a creare una forte empatia dando una profondità inaspettata al personaggio.

Ma dietro questa maschera non c’è un eroe fumettistico in lotta con folcloristici villain ma un eroe che lotta contro le proprie paure, contro la debolezza umana, contro il dolore della vita quotidiana. La sua capacità/superpotere non è una dote innata ma uno strumento per rimediare ad un passato che ormai non cambierà più.

Leggermente più deboli gli altri personaggi. Doc (Kevin Spacey) è uno spietato criminale dalla personalità ambivalente ma, in questo caso, le sue azioni appaiono forzate per adeguarsi alle volontà di sceneggiatura; Jamie Foxx, e il resto della banda, tengono bene i ruoli senza eccedere in protagonismi che avrebbero tolto forza al protagonista.

Tra lunghi piani sequenza, inseguimenti spettacolari e bellissime canzoni pop, il film scorre piacevolmente come un lungo videoclip di quasi due ore senza mai cadere in una superficiale leggerezza. La musica in particolare la fa da padrona. La colonna sonora del film è nel contempo quella della vita di Baby. Le sgommate e i testacoda sono sincronizzati con gli incisi delle canzoni, non per volontà di montaggio ma perché così funziona la sua mente.

Nonostante i toni da commedia, i colori saturi delle immagini e le battute umoristiche di ottimo livello (migliori di molte commedie brillanti, una su tutte, l’equivoco delle maschere per la rapina) inserite splendidamente nel film, la tensione rimane sempre alta. La fragilità emotiva del protagonista e di Deborah, catapultati in un mondo crudo e violento, fatto di gambe spezzate e uccisioni ciniche, propone un contrasto che ti mantiene in apprensione fino alla fine.

In conclusione sicuramente l’aspetto più interessante di questo film è l’essere riuscito a bilanciare vari generi creando qualcosa di completamente nuovo. Forse era possibile osare qualcosa di più sul finale dolce-amaro che però rimane coerente con i contrasti e le ambivalenze psicologiche e stilistiche del film.

 

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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