giovedì 23 Maggio 2019 - 20:28

Assassinio sull’Orient Express – Recensione

Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh è il riadattamento contemporaneo del famosissimo romanzo di Agatha Christie con protagonista Hercule Poirot interpretato dallo stesso Branagh.

Evidenzio il termine contemporaneo per un motivo. Quale senso può avere la trasposizione di un grande classico di cui molti già conoscono la storia, grazie soprattutto al film del 1974 ed alle varie serie tv, nel 2017? Due motivi su tutti: il primo è quello che i grandi romanzi devono mantenere un dialogo col presente per non perdersi in una qualificazione unicamente storica. Il secondo è il fatto di riportare in auge un genere ormai abbastanza spento. Il giallo. Puro e semplice senza visioni efferate, dinamiche action e trame esasperatamente contorte.

 

 

Un trailer leggermente fuorviante, tra scritte al neon e musica degli Imagine Dragons, che avrebbe fatto pensare ad una scelta di contemporaneità in stile Baz Luhrmann (Il grande Gatsby, Romeo + Giulietta) o alla Guy Ritchie (Sherlock Holmes); il prodotto finale è invece più sobrio, l’ambientazione anni ’30 è ben collocata in uno stile registico innovativo senza troppi effetti nostalgici/retrò. La fotografia, bellissima, con inquadrature da far invidia ai migliori wallpaper per smartphone o pc, sfrutta sapientemente l’uso del teal & orange in chiave “modernizzante” togliendo quella patina vintage di un prodotto abbastanza consumato da cinema e televisione.

Cinema e televisione che hanno prodotto notevoli Poirot, per molti versi fisiologicamente più simili alla “testa d’uovo” immaginata dalla Christie di quello di Branagh, che comunque riesce a dare una forte connotazione psicologica riguardante il senso di giustizia e dell’equilibrio delle cose. Inoltre, nonostante gli venga ripetuto più volte all’interno del film, quest’ultimo Poirot non è l’uomo buffo descritto dalla sua creatrice e ciò farà storcere il naso a molti puristi.

Molte altre piccole cose si distaccano invece dal riferimento cinematografico più importante quale è il film di Lumet come, ad esempio, l’abbandono di quel senso di claustrofobia dettato dalle visuali strette nei vagoni a favore di un più ampio respiro con numerose scene che si svolgono fuori dal treno. Oppure l’atmosfera noir dettata da musiche ed immagini, soprattutto nel momento della partenza del treno, a favore di una visione più gloriosa ed immaginifica che riporta alla mente, per certi versi, il varo del Titanic di Cameron.

Innovative e di grande effetto sono le scene del ritrovamento del cadavere (in stile Brian De Palma) ed il finale sorprendente (per chi non conoscesse la storia almeno) in cui non manca oltre lo svelamento del colpevole anche un interessante approfondimento filosofico su temi fortemente insiti nella mentalità del detective più in gamba del mondo.

Come nel film del ’74 però è la qualità del cast. Grandi nomi che ben svolgono la loro parte senza eccessi teatrali o di protagonismo. Da Judi Dench a Branagh, da Defoe a Michelle Pfeiffer che emergono nella coralità della storia, ottime sono anche le interpretazioni dei giovani Josh Gad (La bella e la bestia) e Daisy Ridley (Star Wars).

In conclusione speriamo che il buon successo di questo ritorno al cinema del giallo classico sia l’inizio di un franchising a tema Agatha Christie che riporti alle nuove generazioni un genere messo un po’ in soffitta negli ultimi tempi e che invece, da Poe a Doyle, ha saputo regalare personaggi memorabili.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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