giovedì 27 Giugno 2019 - 01:01

Aladdin – Recensione

In attesa dell’uscita de Il Re Leone e dopo lo struggente Dumbo di Tim Burton, è al cinema Aladdin, il nuovo live action Disney a firma di Guy Ritchie, remake del film d’animazione del 1992.

Problema di ogni remake in live action è la difficoltà del regista di scegliere che cosa fare artisticamente di un prodotto già conosciuto e apprezzato dal grande pubblico e che decide di andare al cinema per riassaporare qualcosa che già conosce. Un po’ come un cuoco che deve scegliere se proporre un’antica pietanza perfettamente conforme alla tradizione o se rivisitarla in chiave contemporanea. E nel secondo caso quale è il giusto dosaggio di rivisitazione? Per quanto commercialmente convenienti questi tipi di film, alla fine, per forza di cose porteranno a scontentare buona parte dei fan. 

Guy Ritchie si limita a non estremizzare alcuna di queste scelte portando freschezza sia nello stile che nella sceneggiatura collocandole su una base che riprende in maniera quasi totalmente fedele l’originale. Manca però la sua cifra stilistica ad eccezione di alcune scene iper-dinamiche o con rallenty estremizzati ed i riferimenti glam-pop su cui gioca soprattutto grazie al Genio interpretato da Will Smith.

Ed è proprio Will Smith la più grande sorpresa in positivo. Criticato aspramente all’uscita del trailer si riscopre invece come uno dei personaggi più “intonati” della pellicola. Personaggio difficile da interpretare in quanto il precedente Genio non era semplicemente doppiato (nell’originale) dal vulcanico Robin Williams ma era basato esattamente sulle sue caratteristiche e sulla sua mimica. Eliminate quindi le sovrastrutture comiche di Williams, Smith espone la sua personalità attingendo dal suo repertorio giovane di quando recitava lo scanzonato e naif principe di Bel Air.

Un’interpretazione ottima ma che non va ad oscurare quella dei veri protagonisti della novella orientale tratta da Le mille e una notte. Aladdin e Jasmine, interpretati da Mena Massoud e Naomi Scott, vanno a comporre una delle coppie più famose ed amate della cinematografia Disney riuscendo ad emozionare non tanto come amanti quanto nelle loro individualità. Se Aladdin, uno scaltro e povero ladro di Agrabah, ti cattura con la sua insicurezza e generosità, qualità di chi non avendo nulla possiede in realtà tutto, Jasmine si fa apprezzare nella sua potenza femminista, forse un po’ retorica ma indubbiamente più contemporanea e sicuramente “educativa”, soprattutto durante l’esibizione da brividi della nuova Speechless.

A completare il poker dei personaggi principali c’è Jafar, che sicuramente è il personaggio che più si distacca visivamente dal cartone animato ed anche nella caratterizzazione. Difatti in questa versione del 2019 Jafar non è solo il classico villan assetato di potere e gloria con l’obbiettivo di conquistare il regno ma è di fatto alter ego malvagio di Aladdin con cui può condividere la genesi del proprio essere ma con opposti obbiettivi.

In conclusione si può considerare questo Aladdin una trasposizione in live action ben riuscita che riesce a amalgamare la leggerezza ed i colori tipici bollywoodiani con la musicalità ed il sentimentalismo di Broadway facendo divertire con un montaggio dinamico e coreografie, sia delle danze che delle scene action, realizzate in maniera spettacolare ma realistica senza fare un eccessivo ricorso ai trucchi della CGI. Peccato solo per l’adattamento del doppiaggio italiano nelle canzoni, sia quelle riarrangiate che aggiunte, dove nonostante la modifica di alcune parole per potersi coordinare col labiale degli attori rimangono per lo più fuori sincrono. Piccola chicca a riguardo: la voce di Proietti, già doppiatore del Genio nella versione animata, in questo turno si presta per quella del Sultano padre di Jasmine.

Le volontà rassicuranti della storia, coincidenti con la logica nostalgica del remake, non arenano il messaggio ottimista e rivoluzionario verso un futuro in cui, anche senza magia, è possibile coronare i sogni che culliamo a prescindere da dove si nasca, dal contesto culturale e dalle segrete, spesso mentali, in cui ci imprigioniamo.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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