giovedì 23 Maggio 2019 - 20:33

Ai piedi del muro (Il solitario – Eugène Ionesco)

“È il re dei cretini”. Questo affermò sprezzante Eugène Ionesco, quando gli chiesero la sua opinione su Jean-Paul Sartre, rifiutando di incontrarlo. Eugène Ionesco non era un tipo diplomatico.
Ciononostante Il solitario, unico romanzo del drammaturgo romeno naturalizzato francese, pubblicato nel 1973, viene spesso citato per l’influenza de Lo Straniero di Camus e de La Nausea dello stesso Sartre, opere insieme alle quali formerebbe una sorta di “trilogia esistenzialista”.
Ci sono tuttavia delle differenze sostanziali: mentre nell’opera di Camus l’assurdità e l’insensatezza del vivere venivano espresse attraverso l’apatia di un essere umano ormai totalmente de-umanizzato, e ne La Nausea lo sguardo era quello di un intellettuale che osserva con un misto di ironia e disprezzo la società borghese in cui per scelta si pone come elemento estraneo, tra le righe del testo di Ionesco si legge che spesso il Solitario è sì un corpo estraneo alla società, ma lo è suo malgrado. Il Solitario di Ionesco raramente giudica gli altri, ma semplicemente li guarda, il più delle volte con un misto di invidia e compassione. Vorrebbe avvicinarsi, ma finisce per allontanare tutti. Non si sente migliore di loro, né peggiore, semplicemente diverso, a causa dell’angoscia che non riesce a scrollarsi di dosso, della distanza abissale che avverte tra i suoi pensieri e quelli degli altri, del suo essere irrimediabilmente prigioniero della sua testa. Il suo aspetto è anonimo, il suo volto passa spesso inosservato, come i suoi occhi di un azzurro slavato, e quando gli va bene provoca diffidenza in chi lo guarda. Insomma, tra le tre opere citate quella di Ionesco mette in scena il protagonista più fragile, e forse è proprio questo il motivo per cui, da lettore, è quella a cui sono rimasto più legato (c’è da dire che è stata la prima delle tre che ho letto: la comprai verso i tredici anni perché mi piaceva la copertina, anche se non avevo ben capito di cosa parlasse).

La trama della prima parte del romanzo è semplice, lineare: un impiegato francese di 35 anni vive una vita abitudinaria, divisa tra il lavoro che non sopporta, i weekend solitari tra il cinema e il bar, la domenica avvelenata dal pensiero del lunedì mattina, i rapporti vacui con i colleghi, il ricordo a tratti tenero a tratti ossessivo delle poche storie d’amore passate. Si lascia vivere, “né triste né allegro”, con il vago sentore che forse sarebbe potuta andare meglio. All’improvviso il colpo di fortuna: l’inaspettata eredità dello zio d’America, che gli permette di lasciare il lavoro, trasferirsi in una casa più bella, dire addio ai suoi colleghi e a quello scemo del suo capo. Tutto perfetto, una nuova vita, la possibilità di “prendere le cose con più calma”.
E però, citando Montaigne che cita Lucano, l’ozio fa vagare la mente, e il Solitario ha il vizio irrinunciabile di “filosofeggiare”: dopo l’iniziale ondata di euforia l’assenza della routine trasforma il tempo in un flusso indistinto di vuoto, e quell’angoscia che da sempre covava sotto la cenere esplode, insieme alla paura della morte, dell’insensatezza, del vuoto, del tutto e del niente (“avevo paura, di nulla, di tutto”). Ormai privo di vincoli pratici e libero di andare alla deriva, “l’io si affloscia, si sfilaccia” e il cervello del Solitario si incaglia in un vortice di torpore, alcool, attacchi di panico, ossessioni e dubbi angosciosi (“un universo infinito non è concepibile nel nostro intelletto. Eppure a scuola e dappertutto mi avevano ripetuto che l’universo era infinito. Poi mi avevano detto che l’universo era finito e non infinito, il che mi sembrava ancora meno concepibile, perché allora cosa c’è dopo). È proprio questo, il mistero universale, il dubbio principale da cui derivano tutti gli altri: “l’universo mi sembrava una specie di grande gabbia o grande prigione, il cielo e l’orizzonte un muro oltre il quale doveva pur esserci qualcosa, ma che cosa? […] Il mondo poteva essere paragonato a un giardino zoologico in cui gli animali godono di semi-libertà, con false montagne, boschi artificiali, finti laghi, ma al fondo c’erano sempre le sbarre”). Il Solitario guarda gli altri che queste domande non se le pongono, e un po’ li invidia, un po’ li compatisce, destinato com’è a rimanere ai piedi del muro, chiedendosi ossessivamente cosa ci sia oltre: “Il fatto è che io non riesco a partire. Credo di essere al muro del mondo. Non mi risolvo a staccarmi dal muro. Forse è una malattia. Sono rimasto ai piedi del muro. Completamente solo, come uno stupido. Gli altri ne hanno fatta di strada […] Io però mi limito a guardare il muro, e do le spalle al mondo. Sì, avevo già deciso di non pensare, visto che non si può pensare. […] Siamo in prigione, certo, siamo in prigione. Proprio perché voglio sapere tutto, non so niente.”

E come interpretare, allora, la seconda parte del romanzo, in cui all’improvviso dalla descrizione realistica si passa alla narrazione assurda di una Rivoluzione in cui le diverse fazioni, spesso figlie della stessa ideologia, si combattono cospargendo la città di corpi martoriati in un vortice allucinato di sangue e violenza? Un’allucinazione del protagonista, ormai preda del delirio? Un monito contro le derive violente che certi ideali rivoluzionari stanno prendendo piede in quegli anni? Un riflesso esterno dell’interiorità sconvolta del Solitario? Forse tutte queste cose, forse nessuna. Fatto sta che Ionesco sceglie di chiudere il suo unico romanzo con una potente immagine di speranza: un albero sconosciuto spunta in giardino, incoronato di fiori bellissimi e immacolati, una scala si perde nel cielo azzurro, una luce accecante invade la stanza del Solitario, quasi troppo potente per poterne essere contenuta. Passano anni, o secondi, e poi tutti si dissolve, anche se “qualcosa di quella luce penetrata in me rimase”. Ed è questa la chiave del romanzo, perché, usando le parole dell’autore, lo scopo ultimo della letteratura è proprio parlare di questa luce, di questo “sbigottimento più forte dell’angoscia”.
E scusate lo spoiler, ma era necessario.

 

Roberto Oliva

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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