giovedì 23 Maggio 2019 - 20:36

Adrian: cosa è andato storto?

Il 21 gennaio 2019 esce in Italia “Adrian” la serie evento che, numerosi spot pubblicitari, sparati ad un livello di decibel utili a non far sentire il bisogno di un otorino a vostra nonna, hanno più volte diffuso nell’ultimo mese di programmazione televisiva.

Una serie animata voluta, creata e realizzata dallo stesso Adriano Celentano ed a cui ci lavora da oltre dieci anni. Un ritardo di uscita dovuto a numerosi problemi di tipo tecnico, economico e commerciale.

Questa è la breve premessa per i pochi che non sanno di cosa si stia parlando essendo probabilmente riusciti a schivare sia gli spot pubblicitari televisivi che l’ondata di meme realizzatisi immediatamente dopo i primi due episodi, e che hanno letteralmente inondato i social. Nonostante il successo di ascolti, infatti, la serie ha ricevuto la sua ondata di ritorno composta quasi esclusivamente da critiche. Critiche per molti aspetti giustificate per il prodotto finale realizzato.

Ma perché, nei fatti, non lo si può superficialmente inserire in un ambito prettamente cringe/trash come molti hanno già fatto? Molti lo hanno addirittura paragonato alla web serie “The Lady” di Lory del Santo che altro non era che un coacervo di debuttanti allo sbaraglio con l’indole al cattivo gusto.

Adrian è stato invece realizzato dai migliori artisti del panorama italiano. Milo Manara per i disegni, Cerami ai testi, Piovani alle musiche, doppiatori di alto livello ed ovviamente Celentano alle canzoni. L’idea inoltre era bella ed innovativa. Far sposare un’estetica cyberpunk con quella fumettistico-erotica di Manara. Una poetica artigianale-ecologista con quella distopico-fantascientifica caratteristica dei manga tipo Akira. Una sceneggiatura surreal grottesca, tipico celentaniana, basata sui suoi non-sense e frasi assurde che si alterna ad una più strutturata ma cartoonesca.

Cosa non ha funzionato perciò? Il fatto è che per poter amalgamare questa sequela di dicotomie stilistiche ci sarebbe voluta una persona con un’esperienza ed una sensibilità artistica in questo campo non indifferente. Invece ha preso tutto in mano lo stesso Celentano che, da sempre, appena fuoriesce dai ranghi di musicista, dimostra come la sua produzione artistica diventa irrimediabilmente naif. Ma il fatto è che lui è sempre stato così. I suoi show televisivi sono fatti di battute dimenticate e pause lunghissime. I suoi film sono commedie grottesco-demenziali con elementi irrazionali che non hanno né capo né coda. Ma sono sempre piaciuti perché piaceva la sua personalità intrinseca, che era la cosa più importante che avevano. E non era poco. Anzi…

Buchi di sceneggiatura, montaggi disarmonici, concept di immagini inseriti casualmente (vedi alla voce casetta in stile Paint), cadute di stile anche particolarmente offensive (il grattacielo napoletano chiamato Mafia International o le donne quasi stuprate colpevolizzate d’aver bevuto), il frame rate incostante (scene 3D fluide alternate a quelle animate scattose) e quant’altro, fa tutto parte del metodo Celentano di far le cose un po’ così, come dicono al MIT di Cambridge, alla cazzo.

Il cantautore milanese pensava di aver realizzato un supereroe che fosse una sintesi tra Zorro, Batman e V per Vendetta ed invece è più un Deadpool, ovvero un amabile cazzaro che sovrasta le leggi fisiche e narrative e che mescola sesso e stile gore. Un problema perciò è anche la lontananza tra obbiettivi e risultati.

Inutile discernere dentro la storia nelle sue visioni romantico ecologiste, vecchie ed ampiamente superate da modelli realmente sostenibili, o pacifiste che hanno il sapore di un eterno deja vu. Sono le sue battaglie di una vita che nemmeno Gaber, negli anni ’60, con la sua “Risposta al ragazzo della via gluck”, riuscì a mostrargli quanto i valori ottocenteschi di cui si nutriva fossero superati.

La morale della favola è quindi questa: è apprezzabile che un ottantunenne abbia ancora la voglia di esplorare nuove strade artistiche, di essere ancora l’”anti” per eccellenza, di imporre la sua personalità ed il suo ego in un progetto difficile ed avventuroso. Ma per fare questo serve anche una cosa fondamentale. La cultura. La cultura non è solo un aspetto nozionistico. Non è solo un modo per avere una risposta ad una determinata domanda. La cultura serve ad avere una visione d’insieme delle cose. Serve a capire qual è il proprio livello, a superare logiche arcaiche e concezioni anacronistiche. La cultura è un segno distintivo del presente dove si amalgamano i continui input che si ricevono per modellarli secondo la propria sensibilità in un qualche tipo di prodotto, fisico od intellettuale.

In questo senso quindi Celentano, il re degli ignoranti, è rimasto ancora quel ragazzo che ha lasciato “quella casa in mezzo al verde ormai” e che probabilmente sta ancora cercando disorientato dall’odore di questo cemento.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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