martedì 16 ottobre 2018 - 19:49

Accabadora – Recensione

“Fillus de anima” (figli dell’anima) li chiamano e sono – secondo una tradizione sarda diffusa principalmente in alcune piccole comunità rurali dell’isola fino alla metà degli anni ’70 – quei bambini che vengono affidati da parte dai genitori biologici a persone che ne fanno aperta richiesta, mai totalmente estranee al nucleo familiare di provenienza; sono quasi sempre adulti appartenenti alla stessa comunità e che hanno già una certa frequentazione diretta con la famiglia di origine. Solitamente questo passaggio, che non recide alcun legame di sangue, avviene quando la creatura chiesta in figlio ha già tra i 10 e i 14 anni e, come imprescindibile requisito, prevede la sua espressa volontarietà di acconsentire all’affidamento.
Una realtà multiforme e lontana dall’ordinamento dello stato sociale attuale scandito dai protocolli, dove il consenso e il certificato per un simile scambio di potestà, ancora prima dalla legge, giungeva da un principio di “co-genitorialità” che si estendeva su tutti gli individui di una stessa comunità. Nel romanzo “Accabadora” di Michela Murgia, premio Campiello nel 2010, questo spaccato di verità emerge con tutta l’autorevolezza propria del valore ambivalente sia storico che, in minima parte, autobiografico del racconto: la stessa autrice, infatti, è fill’e anima dall’età di 18 anni.

Nel romanzo ambientato nella Sardegna del secondo dopoguerra, Maria Listru, quarta figlia di Anna Teresa Listru, viene chiesta come fill’e anima da Bonaria Urrai, una donna anziana che trascorrerà il resto della sua vita a insegnarle ad attribuire lo stesso peso specifico sia alla vita che alla morte, e a rispettarne i cicli. In seno a Tzia Bonaria, Maria ha la disponibilità delle cose che a casa Listru mancano a partire dall’istruzione, oppure sono troppo poche perché si possano spartire equamente tra quattro figlie.
Alla storia familiare di Maria Listru si concede quindi, e principalmente, una sorta di valenza testamentaria della tradizione sarda. All’interesse antropologico nei confronti della mitica quanto incerta figura della “Accabadora” cioè la buona morte che facilitava il trapasso ai moribondi, si addiziona l’interrogativo etico sull’eutanasia.
Con una prosa soffice e poetica, Michela Murgia si addentra a punta di piedi, con la delicatezza propria di chi maneggia immagini di cristallo, in una narrazione fatta tutta di oggetti e che ha l’odore del mosto e delle braci del primo mattino ancora tiepide, il sapore dei limoni, della pasta di mandorle e del pane nuziale. C’è una preghiera in ogni pagina, una tensione perenne verso la benevolenza degli spiriti dei morti, una comunione tra anime sofferenti.
Il risultato è un’opera di formazione di grande prestigio che si muove su equivoci netti e ben precisi: vita/morte, bene/male. In un modo tutto suo, il romanzo apre la strada a diverse considerazione sui temi precedentemente citati, caldi e ancora sentiti per via di recenti fatti di cronaca, senza però diventare mai paradigma e/o avanzare modelli di comportamento.

Luca Calò

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Luca Calò

Scrivo // Quando non scrivo, penso a cosa scrivere // Appassionato, sognatore e sperimentatore // Amo le short stories; non serve molto tempo per leggerle, giusto quello che si potrebbe utilizzare per portare fuori il cane o per cambiare colore ai capelli, eppure ti cambiano la vita.

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