venerdì 21 settembre 2018 - 20:34

L’Occhio di Nabokov: questione di prospettive

L’occhio è un organo di senso per la ricezione degli stimoli luminosi che…ma che sto dicendo, sto parlando come la buon’anima di Helmholtz. L’occhio di cui vi parlerò non è né “l’occhio lampada del corpo” (come lo definì Gesù Cristo) né “l’occhio azzurro” che fa innamorare, a detta di Puccini – chi non sa di cosa parlo vada a rivedersi la Tosca.
L’occhio che ci interessa è quello che dà il nome al romanzo breve di Vladimir Nabokov. Fu dato alle stampe in Russia, anno: 1930. Fece la sua entrée in Italia solo nel ’67, tradotto per la collana Medusa della Mondadori. Bene, detto ciò, possiamo anche perderci in svenevolezze sugli occhi: gli occhi specchio dell’anima, gli occhi che splendono di infinito…okay, la smetto, troppa nausea sine causa.

Di cosa parla il romanzo? Va detta qualcosa a riguardo prima di passare all’equazione metaletteraria di sempre, ovvero: romanzo = cantina di spunti sull’odierno.
Smurov è il fulcro narrativo, l’eroe ammaccato del romanzo: emigrato ruteno segnato da una caratterizzazione instabile, sfuggente, reticolata. Il romanzo si apre con un suicidio, o meglio con un tentato suicidio. Direte, “iniziamo bene”, e non vi do tutti i torti. Un incipit di tal fatta fa rizzare tutti i peli, compresi quelli di luoghi che non è il caso menzionare. La dimensione spaziale è quella berlinese; viene pennellata una Berlino gracile ed impressionabile, scossa dai rumori e dai passi malfermi degli emigrati provenienti dalla Russia. La faccenda del suicidio non rimane certo alle prime pagine, in realtà non viene mai travalicata, resta sempre vigile come una lampadina di emergenza. La morte non segna un punto di non-ritorno ma il point de départ dal quale prende forma tutto quanto, tutta la narrazione composta da giochi di riflessi, dubbi, valutazioni a freddo e continue duplicazioni. Ma veniamo al dunque: l’occhio di chi è? Quello ballerino di una vostra lontana zia? No di certo, tanto meno quello del London eye. Si tratta di un occhio sociale, un vero e proprio angolo di veduta pluridirezionale che trascende la sfera visiva umana, spesso limitata e unilaterale. L’occhio è dunque quello di una pluralità, dei tanti emigrati che percorrono – dal basso verso l’alto – tutto il romanzo. Ognuno di essi vede Smurov in modo diverso. Uno di loro lo addita come ladro, un altro lo considera un gentiluomo, un altro ancora un impostore con trucco e parrucco. Lo stesso nostro protagonista cerca di farsi un’idea di questo signor Smurov ma fin da subito risulta essere un’impresa affatto rudimentale, anzi essa richiede uno sforzo non indifferente basato su di un’attenta analisi investigativa ed una messa a fuoco mai del tutto nitida.

Quest’Occhio nabokoviano non è affatto un artificio letterario, un’invenzione irrealistica tipo il Fantasma Formaggino o tutto quello che vi hanno raccontato da piccoli per farvi fare il pisolino pomeridiano benché avevate solo voglia di giocare a sfasciare la casa. No, niente di tutto ciò. Ognuno di noi si fa un’idea su qualcuno e spesso questa idea non è condivisa. Mettiamo Young Signorino, ecco Young Signorino per me ha la stessa consistenza artistica di un borborigmo. È un cimitero con le gambe che sputa cose senza senso. Ma ho sentito dire che è un genio. “Questione di gusti” si dice in questi casi. Allora mi viene da pensare: Dylan il menestrello per questi signori chi è? Le cose sono due, o è il Nuovo Apollo o una scimmietta antipatica che non c’entra nulla con la musica. Restando in tema, certe donne dicono che Fedez sia sexy, altre che sembra una lucertola con tutti quei tatuaggi. Su quest’ultima questio sono certo che si solleverà, dall’altra parte dell’articolo, una scottante cortina di insulti tra le “fedeziane” e le “antifedeziane”. Qualcuno che voglia scommettere su chi vincerà?
Un esempio di uomo che divide palesemente a metà l’opinione pubblica? Trump. Per certi è il peggior presidente di sempre, un pallone gonfiato, un cinico conservatore; per altri invece è un impareggiabile leader, Pocahontas al maschile, un grand’uomo insomma: “coraggio-man”. Ma non c’era nemmeno bisogno di riesumare Young-come-si-chiama-lui o parlare dell’amico Donald. Bastava dirvi: non siete quelli che pensate di essere agli occhi degli altri, tutte le persone che vi conoscono si sono fatte una personale idea sul vostro conto. Se la sono fatta in base alle esperienze che hanno condiviso con voi o in base, che so, ai vol-au-vent che NON avete ordinato al ristorante (se si tratta di ragazze troppo sofisticate) o ai fagioli alla Bud che avete ordinato (se si tratta invece di ragazze alla mano). Molto spesso un motivo non c’è e la gente si fa un’idea di voi solo e soltanto perché il loro cervello sente costantemente il bisogno di appiccicarvi addosso un’etichetta. In questo caso, ovvio, manca una cauta valutazione. Pregiudizi, sto parlando dei pregiudizi. E qui si potrebbe aprire un altro capitolo ed intitolarlo: “cos’è che fa scaturire i pregiudizi”; però non lo aprirò sennò rischio di annoiarvi proprio ora, in vista dell’epilogo.

Vi sarete chiesti per forza chi sia realmente questo Smurov. Se non ve lo siete chiesti tanto meglio perché non ve lo dirò di certo io. Dovete leggere il romanzo per scoprirlo (è scontato ormai che vi sfoderi questa frase ad un certo punto).
L’Occhio, in conclusione, è un romanzo vagamente pirandelliano, un maxi-frullato di psicologia, sociologia e invenzione. Il romanzo perfetto, insomma. Un romanzo attuale che spiana la strada ad una lunga introspezione: ve la auguro, così come augurerei un bagno ristoratore a tutti noi, piccoli Smurov. È cosí: non siamo sempre gli stessi, non appariamo sempre gli stessi; bisogna esserne serenamente consapevoli. Solo una cosa: Occhio agli spacciatori di pregiudizi e anche ai vol-au-vent avariati.

Antonello Mortato

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Antonello Mortato

Responsabile categoria READING per Breakoff.it // scrittore & poeta // ama viaggiare e scrivere e/o scrivere viaggiando // nel tempo libero legge, suona la chitarra e si dà alla vita mondana // obiettivo: navigare in sogni illusoriamente irrealizzabili e trasformarli in realtà.

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